Share This Article
Geese @ Circolo Magnolia, Milano, 19/08/2026, Unaltrofestival
Al loro primo show italiano in assoluto i Geese di Cameron Winter e soci – gli eccellenti Emily Green alla chitarra solista, Dominic DiGesu al basso e Max Bassin alla batteria, ai quali si aggiunge, nella dimensione live, il turnista Sam Revaz alla tastiera e al pianoforte elettrico – non deludono le aspettative, regalando uno spettacolo straordinario, magnetico e incisivo davanti agli oltre 1500 spettatori presenti, ipnotizzati dalla potenza sonora e dalla grinta sincera e sponteanea di Winter e dei suoi colleghi, che sul palco sono in grado di essere emozionanti e trascinanti come poche band al mondo in questo momento storico.
Radunati nel giardino esterno del Magnolia di Milano, dove si svolge quasi tutta la rassegna di Unaltrofestival, di cui anche questo evento fa parte, gli spettatori attendono con frenesia l’inizio dello show: è un’attesa piena di curiosità e di entusiasmo, dettata anche dal fatto che, dopo la pubblicazione di Getting Killed lo scorso settembre – il terzo vero e proprio album in studio del gruppo, che è divenuto immediatamente un instant classic non soltanto nel genere cui afferisce -, i Geese sono divenuti una delle band più seguite, apprezzate e chiacchierate del mondo. Cameron Winter, soltanto ventiquattrenne, che nel 2024 ha anche pubblicato il suo primo disco solista e che dal 2025 a oggi ha tenuto anche concerti in solo che hanno toccato molti dei principali teatri e venue del mondo, dalla Carnegie Hall di New York alla Roundhouse di Londra, è secondo molti già da tempo il «next greatest American songwriter», e i paragoni che, di volta in volta, lo avvicinano a Bob Dylan, Leonard Cohen, Nick Cave e altri tra i più grandi cantautori di sempre non bastano né a spiegare il plauso di critica e di pubblico che sta raccogliendo né a riassumere la profondità e la complessità che molte delle sue canzoni presentano, dal momento che il suo tocco – sia vocale sia nel suonare il pianoforte o la chitarra – estremamente originale e tipicamente Gen-Z dà loro una forma e un’ampiezza non semplice da descrivere e ben poco derivativa.
Oltre a uno zoccolo duro di pubblico che evidentemente segue il gruppo sin dagli esordi o quasi, e che balla, canta a squarciagola e poga soprattutto durante i numeri più punk e più funky – perché i Geese di Projector e di 3D Country sono stati anche e soprattutto questo -, questa sera c’è senza dubbio anche chi è entrato nel cerchio dei fan della band proprio grazie a Getting Killed, il progetto di più ampio respiro e meglio scritto, suonato e prodotto dal quartetto finora. Ed è proprio per questo che lo show di Milano era sold out da mesi: il gruppo sta vivendo un punto di svolta epocale per il proprio percorso artistico e anche per l’intero universo indie-rock, fatto chiaro ed evidente a chiunque li segua o sia anche solo appassionato di musica, e tutti – chi li segue da sei anni, chi li segue da un anno – volevano essere presenti a questa serata.

In mezzo all’afosa calura padana lo spettacolo inizia, come da programma, alle 21:00. Cameron Winter saluta subito il pubblico e dopo il primo brano, una splendida e debordante “Husbands”, dove subito il pubblico cade in uno stato di trance, cantando e ballando con aria quasi commossa, ricorda proprio che questo è il loro primo show in assoluto in Italia. Dal meraviglioso Getting Killed vengono eseguiti dieci brani su undici, con la sola “Long Island City” a essere esclusa, e il primo blocco del live scalda l’atmosfera a tal punto che, dopo l’esplosivo trittico di partenza “Husbands”, “Getting Killed” e “Islands of Men”, la frenesia e la garra sono ancora aumentate, tra spinte, grida e applausi sinceri e scroscianti nei confronti del gruppo.
La band suona divinamente e con un trasporto e una chimica clamorosi le canzoni del loro ultimo disco, e mentre le eseguono nei loro occhi traspare la convinzione e la fiducia che hanno nel loro materiale più recente. Ma non sono meno convinti, energici e coinvolti nell’eseguire pezzi dai loro dischi precedenti, che anzi performano con una determinazione e con una tenacia rarissime. “2122”, con al suo interno un breve spezzone di “Luna mezz’o mare” fatta suonare dall’iPhone di Winter, è una conturbante e spietata eruzione vulcanica che non dà respiro né pace. Molto potenti e dinamiche sono anche “Crusades” e “Fantasies/Survival”, in equilibrio tra il punk e l’alt-rock; graffi di funky – nelle chitarre e soprattutto nella voce così versatile ed eterogenea di Winter – emergono nella seducente e ammaliante “I See Myself”, tra le più apprezzate e celebrate dal pubblico, ed echi di rock puro, ipnotizzante e velenoso si raccolgono nella lenta e amfetaminica “Gravity Blues”. A chi gli chiede insistentemente la performance di “Baby” – la cover di un brano di Justin Bieber che il gruppo pubblicò su YouTube tre anni fa e che spopolò a livello di visualizzazioni e di condivisioni sul web – Cameron risponde «Come on, you don’t want that!», divertito e scherzoso, mantenendo dall’inizio alla fine un rapporto col pubblico fortemente schietto, modesto ed empatico.
Nonostante la naturale semplicità che lo caratterizza è ovviamente Cameron Winter il vero fulcro del gruppo e dell’incredibile affiatamento che si percepisce sul palco: per quanto i suoi compagni di viaggio siano fenomenali e abbiano costruito un sound e un groove originali e personalissimi, sono il modo in cui Cameron Winter canta, interpreta i testi che scrive, suona la chitarra e si muove furtivamente e furbescamente sul palco che rendono il materiale del gruppo così magnetico, intenso e poetico. Con un altro frontman, insomma, le cose sarebbero diverse – sicuramente di valore, sì, ma inevitabilmente diverse -, aspetto, questo, che vale per tutti quei grandi gruppi che hanno la fortuna di essere costruiti intorno a un punto di riferimento così affascinante dal punto di vista sia dell’intensità “fisica” – per l’energia e per il coinvolgimento emotivo che emana – che della qualità performativa e compositiva.

I pezzi di “Getting Killed” che vengono eseguiti stasera spiccano tutti quanti per la solidità e per la meticolosità che il gruppo vi infonde dal primo secondo all’ultimo. È un’applicazione totale, quasi religiosa ma al tempo stesso spontanea e ordinaria, che fa capire quanto il gruppo creda in questi pezzi e quanto se li senta cuciti addosso in ogni loro millimetro. Le geometrie tarantolate e demoniache della straordinaria “100 Horses” forniscono ancor più vigore e dinamismo agli intrecci di rime e di allegorie che costruisce il suo splendido testo: «There is only dance music in times of war», canta Winter, come un rapsodo invasato dalle Muse, verso, questo, che campeggia anche sulle t-shirt più recenti prodotte dalla band. Winter e la band sono totalmente immersi nella loro musica e interpretano ogni brano con una dedizione e con una convinzione totali. Cameron è concentratissimo sulla sua chitarra e sulla voce, con i capelli che di tanto in tanto gli coprono la fronte e gli occhi e che sporadicamente si muove avanti e indietro sul palco per essere più “vicino” anche fisicamente al resto della band.
L’energia magmatica e cinetica del gruppo trasporta il pubblico in un universo parallelo dal primo all’ultimo minuto dello show. Nell’ora e mezzo del concerto il tempo sembra essere bloccato: tutti danzano sospesi in un teatro di visioni e di scariche elettriche, lasciandosi cullare e caricare dalle onde intriganti e invitanti di gemme come “Half Real”, delicata e seducente nella sua toccante e diretta sensibilità, e “Cobra”, uno degli episodi più coinvolgenti e vellutati della serata, e spingendosi dentro le pieghe più recondite e incantevoli di capolavori come “Au Pays du Cocaine” e “Taxes”, tra i migliori brani in assoluto della band, posizionati proprio in fondo al regolare set del gruppo proprio prima della breve pausa che precede l’encore.
Uno dei momenti più esaltanti e divertenti della serata arriva quando uno spettatore che aveva attirato l’attenzione di Winter viene fatto salire sul palco dal frontman dopo che aveva comunicato a Cameron di saper suonare la batteria. Dopo qualche secondo, in cui i quattro hanno parlottato davanti alla batteria per organizzare la cosa, al ragazzo vengono date le cuffie e le bacchette e viene ceduto lo sgabello di Bassin per il brano successivo, “Bow Down”, lacerante e tagliente nel suo incedere infernale e martellante, nel quale il lavoro chitarristico di Cameron e di Emily, la voce dominante e totalizzante di Winter, le punte ficcanti del basso di DiGesu e i contorni lirici della tastiera di Revaz raggiungono uno dei picchi assoluti della serata, e anche la performance ritmica del fan batterista risulta convincente e riuscita. Dopo una lunga e claustrofobica outro, che chiude il pezzo con un groove straordinario, il ragazzo viene chiamato da Cameron al centro del palco perché gli si renda l’applauso che merita e per fargli dire qualche parola. Lui, emozionato e contento, non può far altro che dare il via a un coro da stadio – «Geese, Geese» – che immediatamente tutto il pubblico, altrettanto emozionato, coinvolto e sudato, inizia a intonare.

Il trittico finale prima dell’encore, costituito proprio da “Bow Down”, “Au Pays du Cocaine” e “Taxes”, rappresenta al meglio il recente percorso di crescita artistica, e al tempo stesso personale, della band, che ha ormai raggiunto un livello di maturità e di labor limae eccelsi. Dopo un paio di minuti di pausa il gruppo torna sul palco per il brano finale, che conclude quasi ogni loro concerto da un anno, “Trinidad”, il brano che apre Getting Killed che è divenuto ormai il biglietto da visita più perfetto, sconvolgente e penetrante per chiunque volesse avvicinarsi per la prima volta ai Geese.
Le visioni alienanti e allucinate che macina il testo di “Trinidad” si coniugano splendidamente ai ritmi rock, funky e quasi soul che il pezzo snocciola prima delle sue acuminate e devastanti esplosioni, che caratterizzano i chorus, con quell’indimenticabile verso «There’s a bomb in my car!» declamato a squarciagola da Winter, mentre lui e il gruppo dilatano tantissimo il brano, che presenta anche alcuni versi aggiuntivi rispetto alla versione in studio, versi, per citare il commento riportato su setlist.fm, «about the husband licking a long list of household appliances», fino a sfociare in quel caos mefistofelico, controllato e spericolato insieme, che segue il secondo ritornello, dove le scariche elettriche del brano proseguono come a creare un mantra demoniaco fino allo spegnersi del brano.
È l’ultimo istante di uno show indimenticabile da parte di quella che è probabilmente la migliore indie-rock band del mondo al momento. Anche l’Italia, per fortuna, ha finalmente potuto saggiare sulla propria pelle la grandezza e la solidità dei Geese di Cameron Winter e soci, dei quali attendiamo con grande curiosità il prossimo passo.

(Live report, foto e video di Samuele Conficoni)
