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Folk, country e rock e un mondo ipnotico e straniante
Descrivendo, come già in passato, storie sghembe e sognanti e paesaggi dell’animo malinconici e avvolgenti, il chitarrista dei Big Thief Buck Meek ritorna con un quarto album solista parcelizzato e aggiornato, che mescola sapientemente folk, country e rock immergendolo in un tappeto sonoro che è insieme ipnotico e straniante.
The Mirror è un passo avanti nell’intrigante carriera solista del “menestrello rurale” che è Buck Meek. Dalla sensibilità dolcissima e profonda, il chitarrista dei Big Thief dipinge acquerelli appassionanti e vivacissimi in un country-folk che è particolarmente romantico e sognante, aggiungendo al proprio percorso country-folk un nuovo strato di profondità e di ampiezza, con synth modulari e sonorità quasi sci-fi che arricchiscono il quadro generale di un’eleganza misteriosa e dinamica.
Anche in The Mirror, come in parte già avveniva nei precedenti album di Meek, veniamo condotti in un’America terrena e insieme onirica, un luogo di fantasmi e di speranze che è percorso da deserti di polvere, di storie e di ricordi, un gomitolo di itinerari tracciati nella sabbia e nel cielo che vengono poi disattesi e cambiati. A questo mood, che è un filo rosso ormai ben riconoscibile nella sua musica, di tanto in tanto, in qualche brano, si inserisce un ulteriore, sussurrato sottotesto che amplifica la sua ricerca sonora: sono i piccoli impulsi elettrici creati dai synth e che sembrano dare ancora più vigore e più mistero alle chitarre di Buck Meek, all’apparato ritmico che sembra provenire dal passato e alla voce fantasmatica del chitarrista. «Music is in my soul», canta nella potente e schietta “Ring of Fire”, una confessione intima e vitale che si trasforma ben presto in una dichiarazione di poetica pulsante e convincente: tutto si fonde in un nugolo di ritmo e di parola, sottraendosi a uno spazio e a un tempo definiti.
I tanti umori della sua forma-canzone
Al centro del discorso vi è sempre il talento chitarristico di Meek, la cui grandezza è inevitabilmente legata di più al suo strumento che al suo stile compositivo, che è in ogni caso maturato ed è diventato maggiormente solido e versatile nel corso degli ultimi anni. Ad aiutarlo qui ci sono alcuni musicisti di rilievo nella scena country-rock americana come Adam Brisbin e Mary Lattimore, mentre per la produzione Meek si è affidato ancora una volta all’amico e collega James Krivchenia, batterista dei Big Thief. Seguendo con coerenza e con metodica convinzione il proprio credo artistico, Meek porta avanti il discorso che aveva plasmato nei tre dischi precedenti aggiungendovi alcune intriganti novità.
L’idea, per esempio, di inserire una nuova e nebulosa sfumatura elettronica alla sua musica gli è arrivata chiacchierando con Krivchenia. Affidando la gestione di questo nuovo aspetto all’ottimo ingegnere del suono Adrien Olsen, Meek sembra in qualche modo più libero di variare maggiormente gli umori della sua forma-canzone, la quale, anche se si mantiene sempre in linea con i suoi dogmi e con la sua tiepida e pacata sensibilità, sembra talvolta toccare angoli inediti dal punto di vista sia sonoro che contenutistico. Ogni brano sembra essere stato registrato in un’atmosfera che è prima di tutto amicale e conviviale: si respira il calore del focolare domestico e della ricerca libera e spontanea di un suono che possa convincere tutti i performer coinvolti, la cui intesa reciproca rende il disco estremamente vivace.
Anche nei temi che vengono trattati nei pezzi vi sono varietà e vivacità. Nella vivace e solida “Can I Mend It”, per esempio, si racconta di un uomo che, durante un litigio con l’amata, perde il controllo e sferra un pugno contro un muro. Il brano è un complesso pendolo che oscilla tra lo sfogo e il pentimento e Meek lo interpreta intagliando un approccio chitarristico particolarmente cupo e riflesso e regalando una performance vocale affascinante e calda. Anche in questo disco il citazionismo al mondo centrifugo e variegato della canzone americana e la personale rilettura e l’originale declinazione che Meek sa darne anima alcuni degli episodi più entusiasmanti e trascinanti: dal country velenoso di “Worms” al blues martellante e divertito di “Soul Feeling” passando per la poetica e stuzzicante “Deja Vu”, un sentiero che percorre i decenni e disegna una geografia immaginifica ma splendidamente concreta attraversa tutto il disco, che rappresenta un nuovo interessante passo avanti nella sghemba e passionale carriera da solista di Buck Meek.
(70/100)


