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7. Iron & Wine – Hen’s Teeth
Sam Beam torna alle origini con una raccolta di rarità acustiche. Hen’s Teeth è una collezione di brani folk dove troviamo testi fantastici e melodie già al primo ascolto familiari che confermano il cantante come uno dei più songwriters più intriganti della nostra generazione. Convincenti le partecipazioni di I’m With Her e della figlia di Sam, Arden.
6. José Gonzales – A Perfect Storm
Con il suo approccio pacato e minimalista il cantante svedese torna con un album che nonostante la (solita) apparente calma sforna brani tormentati che esplorano il caos interiore proponendo un viaggio di folk filosofico dove ogni nota è una goccia di pioggia che scava la roccia dell’anima.
5. Buck Meek – The Mirror
Il chitarrista dei Big Thief conferma la sua ricetta che intreccia folk sghembo e alt-country con una delicatezza unica. La sua voce ci guida attraverso storie di periferia, riflessi interiori e amori polverosi. È un album che brilla di una luce calda e fioca, perfetto per chi cerca canzoni che sanno di legno, terra e verità appena sussurrate.
4. Bill Callahan – My Days of 58
Con la sua voce baritonale che sembra provenire dal centro della terra, Callahan dipinge un affresco intimo tra chitarre acustiche che paiono scordate, pesanti silenzi che sanno di saggezza e dettagli anche minimi, come se la natura diventasse una lezione di vita universale e profonda.
3. Deadletter – Existence Is Bliss
Post-punk spigoloso e degenerato incontrano il funk in un’esplosione avvincente. I Deadletter si scagliano contro la monotonia moderna con ritmiche serrate e fiati dissonanti. Ogni traccia è un mondo a parte dove “ballabile”, “arrabbiato” e “sarcastico” si fondono per creare un mondo non per forza orecchiabile ma necessario per raggiungere un risultato non da poco.
2. Nothing – a short history of decay
Il nichilismo non è mai stato così avvolgente. I Nothing in questo album li possiamo riassumere come “un muro di suono shoegaze”: mai avevano mostrato un tale “tiro”. Tra riverberi, feedback e distorsioni il disco esplora la bellezza del crollo e la fragilità dell’esistenza. Una marcia funebre distorta dove la melodia emerge dalle macerie come un ultimo, disperato battito vitale.
1. Gorillaz – The Mountain
Come al solito la creatura di Damon Albarn esplora mondi e unisce universi che a un primo impatto sembrano inconciliabili, tra folk, dub, elettronica e hip-hop, abbandonando quella frenesia urbana per esplorare l’isolamento e cercare le vette spirituali. Tra beat glaciali e sintetizzatori analogici ritroviamo una band che cerca l’ossigeno in cima a un mondo che sembra stia per finire.

