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Le ceneri di una grandezza perduta
Gli U2 non sono più la band più importante del pianeta. Guardando su Spotify, sono il 397esimo artista più ascoltato al mondo e fa un certo effetto vedere questo numero, 397. Sembra proprio che siano, se non un gruppo insignificante, comunque qualcuno che non incide più nel presente. E infatti è tutto vero, perché — dobbiamo dirlo — dal 2000 in avanti hanno pubblicato album brutti. L’unico accettabile, a detta del sottoscritto, è “No Line on the Horizon” del 2009: prima di quello e dopo si sono persi inequivocabilmente, arrivando persino a suonare le loro splendide canzoni del passato in maniera innocua come davanti a un caminetto (“Songs of Surrender” del 2023), perdendone la furia e il senso.
Storie vere, vite spezzate, nessuna via di fuga
E quindi, cosa ci dice un loro EP nel 2026? Che innanzitutto il fatto di trovarcelo all’improvviso, in un giorno di febbraio, alle 7 di mattina, sulla pagina del nostro provider di streaming, è stata una sorpresa piacevole, visto che finalmente hanno suonato qualcosa messo a fuoco. Ci dice che gli U2 hanno ben presente l’attualità, soprattutto nei testi, e questo senso di scoramento trasversale tra tutti noi a causa delle guerre in corso e della sensazione di mancanza di futuro. Sono canzoni di cenere, perché “polvere siamo, e polvere ritorneremo”: “One Life at a Time”, per esempio, prende spunto dalla vicenda dell’attivista palestinese Awdah Hathaleen, assassinato da un colono israeliano, mentre “Yours Eternally” è costruita come la lettera immaginaria di un soldato ucraino. Anche “American Obituary” nasce da un fatto reale, l’uccisione a Minneapolis di Renée Good, mentre “Song of the Future” guarda all’Iran e alla storia di Sarina Esmailzadeh, studentessa uccisa dalla polizia durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini. In mezzo, “Wildpeace” è una poesia declamata di Yehuda Amichai, recitata da Adeola Soyemi delle Les Amazones d’Afrique.
Proprio quando avevano capito
E il tutto — stranamente — funziona abbastanza anche musicalmente. A parte “Yours Eternally”, con Ed Sheeran, pezzo tremendo in cui sembrano i peggiori Coldplay, nelle altre ci sono motivi di interesse: l’iniziale “American Obituary” ha una verve elettrica come non si sentiva da tempo (qualcuno ha scomodato i Sex Pistols ma non esageriamo) con un bel coro finale (“The power of the people is much stronger than the people in power”). “The Tears Of Things” è una ballata che, a mio parere, è la migliore loro ballata dai tempi di “Stay”, dal 1993 in avanti.
“Days of Ash” ci presenta una band che, se continuasse così, potrebbe anche avere ancora qualcosa da dire. Peccato che Bono Vox abbia già dichiarato in maniera ammiccante che il prossimo LP, che uscirà quest’anno, sarà “un carnevale” perché “non possono esserci solo ceneri”. Peccato, proprio ora che avevano capito che polvere sono e polvere torneranno.
65/100
(Paolo Bardelli)

