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Elettronica sperimentale, musica global psichedelica, tribalismo mediterraneo sono le coordinate dell’ambizioso esordio del progetto PACÌ del batterista e produttore calabrese Federico Romeo. “Feluca”, uscito su Rivamare Records il 10 febbraio 2026, nasce dall’incontro con Emanuele Triglia (basso, contrabbasso, produzione), Vincenzo Lato (percussioni) e Luca Gaudenzi (mix, produzione), con cui Romeo ha condiviso e un approccio spontaneo e collettivo alla creazione. Le registrazioni, realizzate a Roma presso il Pyramid Studio, sono state eseguite quasi interamente in presa diretta quasi come una jam session di improvvisazione.
Il risultato è un suono denso, fisico e organico, dove l’elettronica si intreccia con la pulsazione naturale delle percussioni e la trama delle texture acustiche. È una musica che abita il corpo ma si apre allo spazio: l’improvvisazione diventa un modo per attraversare la materia sonora come un fondale in movimento. Feluca è un lavoro prevalentemente strumentale, ma non per questo privo di narrazione. Ogni brano ha una funzione precisa, come se raccontasse un momento di un viaggio. La batteria guida la struttura ritmica e insieme alle percussioni costruisce ambienti emotivi, in dialogo costante con il basso e i suoni elaborati.
Le influenze spaziano da Clever Austin, Karriem Riggins e Mark Guiliana fino a Tullio De Piscopo, ma vengono filtrate da una sensibilità mediterranea che dà al disco un’identità radicata nel paesaggio del Sud. Federico Romeo ha collaborato nel corso degli anni con artisti come Marco Castello, Nu Genea, Emanuele Triglia, RBSN, Joan Thiele, Fabio Celenza, Davide Ambrogio e Marte
E in questo disco, oltre ai musicisti menzionati su, compaiono anche Marco Castello al didgeridoo in “Ship Of Fools”, Pasquale Strizzi ai synth (“Climb”, “Is All We Know” e “Fever Rest”), Alessandro Rebesani (spoken word in “Ship Of Fools”) e Devin Yuceil (synth su “A Place In The Stars”).
Ma cos’ha lo ha ispirato questo ambizioso esordio? Ce lo racconta attraverso 7 ispirazioni fondamentali.
IL MARE
Non c’è nulla che mi ipnotizzi e mi affascini di più. Invidio la sua imprevedibilità e la più totale indifferenza verso ciò che lo circonda e che lui stesso contiene.
È difficile riportare queste caratteristiche nella musica, a maggior ragione se il dogma a cui siamo abituati prevede spesso un’ossessione nel voler quadrare — e quindi snaturare — qualcosa che, al suo stato naturale, è fluido.
Forse l’indifferenza nei confronti di questi falsi canoni arriva nel momento in cui si smette di prendersi troppo sul serio. FELUCA ha preso vita solo grazie a questa leggerezza, maturata dopo anni di pesantezza e suggestioni.
THE SMILE
Una band che, da quando ho scoperto, non ho più mollato. Ho ascoltato i loro dischi in maniera ossessiva ma, allo stesso tempo, per fasi: inizialmente sono stato travolto dalla bellezza e dalla libertà con cui veniva presentata la musica, dagli arrangiamenti alle melodie.
Non avevo mai sentito nulla del genere. In una seconda fase mi sono messo a studiare tutti i dischi, brano per brano, cosa che non mi succedeva da anni. Li ho ascoltati talmente tanto e così intensamente che il mio modo di suonare e di approcciare lo strumento è cambiato completamente.
IL CIBO
Come per un periodo è stato per la musica, anche con il cibo ho un rapporto ambivalente e spesso ambiguo.
Come in molte case italiane, il cibo unisce: grandi cene e grandi pranzi condivisi con amici e parenti, mattinate passate in famiglia a preparare per la sera.
Nei sei anni trascorsi a Londra ho lavorato in un ristorante argentino nel ruolo di grill chef: carne alla brace da pranzo a cena. Il cibo non consumato ma fatto per gli altri mi allontanava ulteriormente dalla musica, proprio mentre eravamo in conflitto.
LA SALETTA DI TERESA
Ci penso molto spesso, quando mi trovo nel mio studio o in sala prove. È stata la saletta in cui ho fatto le mie prime prove con i miei primi gruppi, una ventina di anni fa. Saltavamo la scuola per andare a suonare i Rage Against the Machine, perché la mattina era quasi sempre libera.
Ancora oggi ci torniamo ogni tanto: è rimasta identica a com’era quando eravamo piccoli.
I MANDRAX
I Mandrax erano una rock band storica di Reggio Calabria. I miei genitori, loro coetanei, mi portavano a vederli dal vivo quando ero piccolo.
Comincio il liceo e, dopo qualche mese, mi chiama Edoardo, il cantante, per chiedermi se volevo entrare nella band. Per me, al tempo, fu come ricevere una telefonata dai Rolling Stones.
Andammo in giro per le piazze dei paesi calabresi per tutta l’estate e, grazie a quei concerti, comprai la mia prima vera batteria. Il mio primo tour.
APPARTENENZA
Intesa come legame. Con la terra, con la gente, con la tradizione. Piccoli rituali quotidiani che definiscono aspetti del carattere e che inevitabilmente delineano anche la musica.
La condivisione a 360 gradi avvicina e rafforza, unisce e rende tutto più fluido e naturale. PACÌ si basa su questo: l’insieme prima del singolo.
FABIO
A parte essere un batterista meraviglioso, monolitico e posato, è stato un punto di riferimento in questi miei cinque anni a Roma.
Forse inconsciamente, e con un tatto raro, mi ha guidato in momenti di incertezza. Ma soprattutto, un paio di anni fa, mi ha regalato la batteria con cui ho registrato FELUCA e tanti altri dischi.
Senza pesantezza o ritualità: “Tiè, tanto a me non me serve, sta in soffitta a magnà polvere.”
Grazie, Sensei.

