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Kevin Parker cambia ancora, ma questa volta il viaggio porta fuori rotta
L’unica cosa certa nella vita è il cambiamento, recita un antico adagio. E Kevin Parker non ha paura di cambiare, anzi è stato sempre il suo obiettivo, non fermarsi, non crogiolarsi sugli allori. Generalizzando e semplificando: “Innerspeaker” era una gioia per le orecchie di chi ama lo psych-rock anni ’70, “Lonerism” si spostava sul piano più propriamente indie-rock tipico della fine anni ’00/inizi anni ’10 (mettendosi in linea con la musica prodotta da band come Deerhunter, tanto per fare un nome), “Currents” portava il fulcro verso il pop che stava emergendo in quegli anni (era il 2015), anzi anticipandolo e, infine, “The Slow Rush” sposava senza resistenza alcuna una sorta di hyperpop laccato e patinato. E così, continuando in questa sorta di “insoddisfazione perenne” per il baricentro della propria proposta musicale (il che è un bene), anche questa volta con “Deadbeat” il progetto Tame Impala cambia. E si butta sulla dance e più specificatamente su un approccio latamente techno.
Tutto bene? Proprio per niente.
“Deadbeat” prova la via dance-techno ma smarrisce l’anima visionaria dei Tame Impala
A parte l’encomiabile voglia di non fermarsi, i risultati sono davvero deludenti. Nella maggior parte dell’album, infatti, Parker gira intorno all’obiettivo senza mai raggiungerlo: voleva fare un album che potesse essere definitivamente ballato? E allora cosa ci fanno pezzi pop come la peggiore Dua Lipa come “Obsolete” o “Dracula”? Sembra quasi che Kevin Parker abbia dato tutto se stesso per produrre “Joanne” di Lady Gaga, “After Hours” di The Weeknd, “Astroworld” di Travis Scott e “Radical Optimism” di Dua Lipa, e poi abbia riservato per lui le idee minori. O forse è solo il suo cantato che è diventato fastidioso, quel falsetto che non va da nessuna parte?
Certi episodi sono piatti, come “Oblivion”, una canzone inesistente ed ectoplasmatica sopra un tempo reggaeton, oppure “Afterthough”, un brano che scivola via senza colpo ferire assommando suoni terribili di bassi sintetici dagli anni ’80. In generale sembra proprio che il marchio Tame Impala, seppure riconoscibile, abbia terminato la benzina: l’iniziale “My Old Ways” è inconsistente e si appoggia su un riff di pianoforte piuttosto brutto, così come è sgraziato il riff di “Loser” che sembra un progressive monco.
La formula migliora quando davvero Tame Impala si butta sulla cassa dritta e scioglie nell’aria certe atmosfere berlinesi o, meglio, ibizenche, ma stiamo parlando – purtroppo – di poche canzoni: il singolo “End Of Summer”, la veloce “Ethereal Connection” e soprattutto la bella “Not My World” che – imparando dalla lezione del Thom Yorke solista (che conosce bene la materia) – a un certo punto (minuto 1:50) si adagia in un tappeto sintetico suggestivo e ricresce fino alla più completa catarsi. Ecco, “Not My World” è quello che avrebbe dovuto fare Tame Impala e non ha fatto.
Un disco perfetto nei suoni ma povero d’idee: forse è tempo di “tornare” band
Peccato perché lui è sempre un perfezionista e si sente che ha dato tutto se stesso, ma evidentemente non ha trascorso un periodo particolarmente ispirato. Anche la scelta di mettere la figlia in copertina è, se vogliamo commentare, un po’ banale e poco artistica.
Giunti a questo punto della sua carriera, se possiamo permetterci, ci sembra che a Kevin Parker manchi una band: ok che fa tutto lui, ma finché era un vulcano di idee questo era fantastico, ma ora che la musa si è inaridita allora forse condividere il progetto con qualcun altro potrebbe farlo diventare più interessante.
Altrimenti si trasformerà, inevitabilmente e come in fondo già è, in un mero produttore.
50/100
(Paolo Bardelli)

