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Dido, concerto al Vox di Nonantola (MO) (18 aprile 2001)
Dall’elettronica di Bristol ai club italiani: l’arrivo atteso di Dido sul palco del Vox
Mentre un pubblico variopinto fa la fila alla biglietteria della discoteca Vox, già alle sette di sera, mi chiedo cosa aspettarmi da questo show. Dido è arrivata al successo mondiale dopo due anni dall’uscita del suo “No Angel”, grazie alla colonna sonora del serial tv “Roswell” e soprattutto al sample di “Thank You” che Eminem ha infilato nella sua “Stan”. Queste fortunate avventure americane però non devono far dimenticare che Dido è inglese-inglese, come strettamente inglese è la musica che ha suonato col fratello Rollo nei Faithless: Dido proviene infatti dall’ambiente dei fumosi club elettronici d’oltremanica, dove il suono è trip-hop, dub, jungle e compagnia bella. Così ora questa ragazzina di quasi trent’anni si trova a gestire il successo ormai planetario del suo unico album, costruito su singoli melodici di sicura presa, e a fare però un tour nei club, l’ambiente in cui è cresciuta e che le è congeniale. Mi chiedo, sarà melodia o elettronica? Saranno le canzoni dell’album e niente più? Il pubblico, come dicevo, è assortito: ragazzini in gruppo, ragazzine con la mamma al seguito, coppie under e over 30, un bel campionario d’umanità. Ed è un pubblico caloroso e attento: lo dimostra con il simpatico Jude, un giovane folksinger sulle orme di Jeff Buckley che apre la serata da solo con la sua chitarra. Gli riesce perfino di insegnare un passaggio di una sua canzone alla gente, che canta prontamente il suo “parappappà”.
Tra melodie malinconiche e arrangiamenti trip-hop, la serata prende vita tra ritmi e sorprese
Alle dieci gli schiamazzi del pubblico danno il loro frutto, e i sei Bandidos (che ironia ‘sti inglesi eh? Band-Dido) arrivano sul palco e attaccano una ficcante introduzione strumentale, che sa di ultimi Massive Attack, decisamente in area trip: bene bene. E poi, nel tripudio generale, arriva lei: canottiera e pantaloni neri, scivola sul palco sul finire dell’introduzione, e attacca quasi subito “My Lover’s Gone”, uno dei brani più sommessi dell’album. L’inizio è in effetti tutto sui ritmi lenti, sulle canzoni malinconiche: “All You Want”, “Isobel”. Ma a scaldare da subito la serata c’è lei, che saluta e sorride, carina come uno se la aspetta e, forse, un po’ emozionata: “è il nostro primo show in Italia”, dice. Le prime note di “Here With Me”, riproposta tale e quale alla versione dell’album, fanno subito cantare tutti, ma in molti altri brani l’arrangiamento è più cattivo, lascia buoni spazi di manovra agli strumentisti, soprattutto al turntable e alla batteria: “Honestly OK” si stempera nel finale in un vortice di echi ed effetti, “I’m No Angel” si muove sulla batteria campionata interrotta qua e là dai break del d.j. e dalle rullate del percussionista Alex; qui Dido si tira indietro volentieri, partecipando ai passaggi strumentali con la voce effettata d’echi, in pieno spirito da club. Ma non fraintendete, la serata è la sua: propone un nuovo brano, “See the Sun”, che esalta al massimo le sue doti vocali e non mancherà di colpire là dove ha colpito “Thank You”; la quale ovviamente arriva dopo metà spettacolo, e ovviamente tutti a cantare.
Voce, simpatia e classe naturale
Dido è ormai completamente a suo agio, scherza con le prime file e chiacchiera del caldo che fa rispetto all’Inghilterra: è davvero simpatica e solare come sembra; non si atteggia a diva, ma le piace stare sul palco e tirare fuori la grinta, come in “Don’t Think Of Me” che tiene per ultima. Non prima però di regalare un’altra nuova canzone, “Don’t Leave Home”, che incede quasi solenne scandita da una lenta grancassa, e tutta la scena è per lei. Insomma, una bella ventata d’aria fresca per il pop è quella che la signorina Armstrong (fra poco signora, peccato ragazzi!) porta nella sua prima data italiana: le canzoni che tutti si aspettavano, più un po’ di graditi souvenir da Bristol e dintorni. E poi, con la sua simpatia, Dido è al momento il migliore antidoto a Jennifer Lopez e alle lolite geneticamente modificate.

