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Dead Meadow, Sinister Noise (Roma) (19 marzo 2008)
Rock contro derby: il Sinister Noise resiste
È la dura legge del derby, non c’è altra spiegazione. Sarebbe difficile giustificare in altro modo la quarantina scarsa di persone che attendeva trepidante l’esibizione dei washingtoniani (ora di stanza in quel di Los Angeles) Dead Meadow al Sinister Noise, location cambiata all’ultimo minuto (in sostituzione del più capiente Init), a due passi dal famigerato e bellissimo gazometro e incapsulata nel sottosuolo attraverso un labirinto di stretti cunicoli e ripidissime rampe di scale, neanche fosse il rifugio segreto di un cenacolo di poeti dissidenti sovietici.
Mentre la città eterna rumoreggia puntuale di condominio in condominio allo scoccare di ogni goal della Roma (mentre alle reti della Lazio fa eco qualche timido e sporadico “Eddaje” dalla luce giallastra di finestre isolate) una serie di contrattempi, non ultimo un confronto (in realtà un soliloquio sopraffatto dal frastuono) con il bigliettaio, fa mancare di un soffio l’esibizione dei Sinonsedesis. Si recupera allora con i Gomorra Beach, a proposito dei quali si potrebbero dire parecchie cose, noi ci limiteremo a osservare che non si tratta propriamente del tipo di gruppo che un ciellino medio inserisce di norma tra i preferiti della propria playlist primaverile. Il quartetto si presenta sul palco indossando pallide maschere da alieni alienati e si produce in un’unica, lunghissima traccia di drone metal urlante sulla scorta di Sun O))) (e compagnia distorcente), per cultori di strettissima osservanza del filone. Il cantante (con crestone da mohicano) emette suoni disarticolati e barrisce i suoi rigurgiti glossolalici, cercando di ingoiare il microfono e inscenando movenze tra l’epilettico e il liturgico, mentre il batterista alterna le pelli ad un violino scordato dal quale cava gemiti lamentosi, coadiuvato da un discreto chitarrista che sgambetta sulla pedaliera e da un addetto agli effetti che per tutta la durata del concerto se ne sta riverso sul distorsore come se addormentato (lo incontreremo più tardi mentre andiamo per bar in cerca di aggiornamenti sull’esito della partita, seduto al buio a leggere un libro, scommetto la biografia non autorizzata di Aleister Crowley).
Maschere, noise e teatralità
Segue l’esibizione del power trio romano Black Rainbow il quale, come giustamente nota l’amico e collega Lorenzo, non si spinge molto oltre una (pur godibilissima) rivisitazione appassionata del repertorio stoner, attraverso riff poderosi alla Kyuss e heavy rock tiratissimo nella migliore tradizione americana, che sembra raccogliere l’entusiasmo dello sparuto pubblico. A seguire sale sul palco (dopo aver assistito alle altre esibizioni) Bruno Dorella, ex batterista dei Wolfango, titolare della prestigiosa etichetta Bar La Muerte (Bugo, Larsen e R.U.N.I. su tutti) e deus ex machina di OvO, Bachi Da Pietra e Ronin (che dopo il lodevole “Lemming” hanno da poco realizzato la colonna sonora del bellissimo documentario “Vogliamo anche le rose” di Alina Marrazzi). Dorella presenta il suo progetto dal respiro più internazionale (l’ultimo disco è uscito su etichetta americana), gli OvO per l’appunto, in compagnia di Stefania Pedretti. I due (chitarra per lei e una batteria ridotta all’osso -tamburo, rullante e charlestone- per lui) con indosso buffe maschere di cartone e tuniche artigianali, presentano uno spettacolo che spazia tra noise tribaleggiante, trash metal dei più brutali e inferociti, filastrocche inebetite e bambinesche ai limiti del nonsense, intermezzi di orchestrine d’antan, ascessi e detonazioni grind in una lingua incomprensibile o inesistente che non superano i trenta secondi scarsi di durata. A colpire è soprattutto la mimica e la teatralità ben assortita della messa in scena, con Dorella che si diverte insieme alla sua compagna a liberare le forze più primitive e puerili della sua irrefrenabile macchina immaginativa, passeggiando tra il pubblico e fingendo di sgozzare la partner con la bacchetta per poi baciarla. Dorella si congeda infine ringraziando il pubblico per aver reso onore alla civiltà preferendo il Sinister Noise al derby (prima dell’inizio del concerto aveva risposto “Supporto” alla domanda del tecnico del suono “Vi serve qualcosa?”).
Dead Meadow, viaggio psichedelico
Finalmente giunge il momento dei Dead Meadow e l’atmosfera comincia a farsi più densa di attesa, mentre nel frattempo il derby viene spuntato dalla Lazio (attraverso una conclusione sopraffina del centrocampista/terzino Valon Behrami negli ultimi secondi di recupero, questo lasciatemelo dire). Il trio sale sul palco senza tante cerimonie e arrivano le prime sorprese: zero tatuaggi, nessun piercing in luoghi proibiti a vista d’occhio, neanche l’ombra di alcolismo, devastazione interiore o abbrutimento da droghe surrettizie, solamente tanta simpatia e introversa sobrietà, camicioni quadrettati da nerd, un batterista baffuto in canottiera nella migliore tradizione southern contadina e un bassista mingherlino con i capelli alla McCartney e occhialoni spessi da topo di biblioteca, neanche fosse un Graham Coxon sbucato da qualche fuori scena di “Happy Days” (non faticherà comunque a diventare nel giro di qualche canzone il beniamino del pubblico). Di tutt’altro avviso la musica, ovviamente. Il terzetto statunitense, forte di un’attività ormai più che decennale, ha presentato i brani dell’ultimo eccellente “Old Growth”, pubblicato da Matador, sul quale gran parte del concerto, del tutto comprensibilmente, si è concentrata, non disdegnando ad ogni modo riproposizioni dal repertorio storico che non hanno mancato di mandare in visibilio il pubblico in estasi attenta e silenziosa. Che dire dunque? Un altro passo. Una padronanza assoluta del proprio magma sonoro che sin dalle prime battute è andato componendo un arazzo di psichedelia mossa e sfuggente di rara lucentezza, intersecando gli stordenti ori californiani di Grateful Dead e 13th Floor Elevators con le jam acidule dei Blue Cheer, sporcando squarci di chitarra imbevuti di vischioso inchiostro sabbatthiano con i fumi e le nebbie di certo shoegaze brumoso ed espanso di primi anni novanta in bilico tra Ride, Spiritualized e primissimi Verve (volendo anche i promettenti Black Rebel Motorcycle Club di inizio carriera). Lunghe cavalcate strumentali che hanno predisposto lo spazio e la mente per un interminabile viaggio interstellare che ognuno si è vissuto sino in fondo a modo suo, godendo ogni intuizione o guizzo sonoro, abbandonandosi allo spettacolo infuocato della propria visione privata. Come ogni musica che si rispetti dovrebbe consentire.
Non resta che aspettare con pazienza, per fare tredici, l’arrivo dei Black Montain in Maggio. Nel frattempo ci si baloccherà con il ricordo.
Un ringraziamento a Lorenzo.

