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L’uscita di scena di Ozzy Osbourne, l’hanno sottolineato tutti, è stato un colpo da maestro, e ancor di più lo dimostrano le sue dichiarazioni che in queste ore girano sui social: “Non volevo lasciare questo mondo in modo silenzioso!”. Non lo ha fatto: ha organizzato un concerto grandioso con un sacco di ospiti per fini benefici, nella sua Birmingham, solo poco più di un paio di settimane prima della sua morte. Una roba incredibile, col senno di poi.
Quindi in questi giorni, a tutti, passano davanti agli occhi i propri ricordi legati a quella vecchia volpe: i miei si materializzano soprattutto nel 1991 e a quell’album commercialmente rilevante (e secondo me centrato) che è “No More Tears”.

Da quando nel 1988 aveva incontrato sulla sua strada quel genietto di Zakk Wylde come chitarrista solista, artisticamente aveva ritrovato una sua collocazione stilistica ottima, cosa che non gli capitava più dai tempi dei Black Sabbath. Molto divertente è la questione del produttore, che ho riportato nel mio libro “1991, Il Risveglio del Rock” (Arcana): “Bob Rock gli chiede di mandargli delle cassette, gli dice che è interessato e lo consiglia di continuare a scrivere. Passano tre mesi e alla fine rigetta l’offerta. Allora Osbourne comincia a lavorare con Steve Thompson e Michael Barbiero, che tra le tante collaborazioni avevano missato appetite for destruction (1987) dei Guns n’Roses, …and justice for all (1988) dei Metallica e long cold winter (1988) dei Cinderella. “Con Thompson e Barbiero non siamo andati d’accordo dal primo giorno. Odiavo vivere a Bearsville, nel mezzo di una fottuta foresta, circondato da cervi e scoiattoli del cazzo, dover andare a caccia di cibo e tutte quelle stronzate. C’è stato un enorme scontro frontale tra noi, e tutto è finito. Addio”, ha dichiarato Ozzy in un’intervista. Ci prova quindi con uno dei produttori allora più quotati…: Rick Rubin. Però anche questo tentativo va male: Rick Rubin gli vuole riscrivere completamente l’album e cambiarne i connotati: “Lui voleva rifare la formula dei Black Sabbath: gli ho spiegato che se avessi voluto fare un album come i Sabbath, avrei cercato di rientrare nei Black Sabbath!”. Alla fine per no more tears (1991) vengono scelti John Purdell e Duane Barron, produttori di Mötley Crüe e Quiet Riot, che spingono l’album da quella parte. Ed è un successo commerciale. Le canzoni ci sono, e pure i testi non sono male: quattro sono scritti persino da Lemmy dei Motörhead in persona, molto amico di Ozzy, tra cui quello di Mama, I’m Coming Home, una ballad acustica perfetta impreziosita da un assolo speciale e da orpelli splendidi di Wylde, con un finale epico e strappalacrime. Zakk Wylde, allora ventiquattrenne, con la sua Gibson con la spirale disegnata, è protagonista assoluto di quel brano e di tutto l’album.
Anche la titletrack è ineccepibile in una logica commerciale stile melodie di Desmond Child, tanto per intenderci, di quelle come in Poison di Alice Cooper, canzone che un paio di anni prima aveva spopolato: No More Tears parte con un riconoscibile riff di basso che mantiene la direzione armonica fissa nonostante le tastiere sviluppino il giro e Zakk Wylde intervenga con un gusto talmente viscerale da sembrare animale, mentre il ritornello è a semitoni discendenti come le buone vecchie canzoni hard rock e pure non si fa mancare una variazione di stile pinfloydiano ma enfatizzata ai massimi livelli. Insomma, una formula ben chiara e collaudata, ma decisamente riuscita.
Wylde rallenta i ritmi (Time After Time) ma sa anche accelerare vertiginosamente, come in A.V.H. dalla gustosa intro blues e successivo riff funky veloce e sincopato. Osbourne non segue le mode: “Non ascolto thrash o funk metal o che ne so, non ci capisco niente. Mi piacciono i Faith No More ma gli altri sembrano i Black Sabbath suonati male a 78 giri”. Coerente, Mr. Ozzy, che si toglie qualche soddisfazione: no more tears arriva al 7° posto della classifica Billboard.
Ora è tempo di non versare più lacrime per lui, il titolo di quell’album del 1991 si adatta bene a questi giorni.
(Paolo Bardelli)

