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When Chicago house goes to Oslo
Non poteva esserci matrimonio più riuscito, probabilmente, tra la Smalltown Supersound, etichetta norvegese da sempre molto sensibile nei confronti degli sviluppi più contemporanei di jazz e rock e dei linguaggi elettronici, e Jamal Moss, meglio noto come Hieroglyphic Being, tra i produttori (e sound artist) più prolifici e originali degli ultimi decenni.
L’ultima fatica discografica dell’artista di Chicago, la prima per la label di Oslo, rimanda a una band decisamente lontana dal mondo della club culture come i Cramps e al loro “Bad Music for Bad People” con un titolo – “Dance Music 4 Bad People” – che, tra il serio e il faceto, intende comunicare l’urgenza di riscoperta di quel potere ristoratore insito nella musica elettronica, non soltanto nelle sue declinazioni più danzerecce, ma anche degli ambienti e di una cultura, in senso lato, di cui Hieroglyphic Being stesso è autorevole conoscitore e interprete. In questo senso, “Dance Music 4 Bad People” è il veicolo con cui l’artista esorta a riconoscere il tradimento della vocazione universalistica e inclusiva della club culture e delle dancefloor, oggi popolate da persone non più felici come un tempo, le cui libertà individuali sono state in qualche misura erose da una certa ossessione per la sicurezza, per le quali l’ostentazione ha lentamente scalfito l’aspetto più estatico e quel rituale di genuino abbandono e liberazione collettiva che è figlio dell’esperienza di ascolto e ballo si è svuotato di senso.
Un lavoro iperbolico che cresce con gli ascolti
“Dance Music 4 Bad People” si presenta piuttosto denso anche sul piano meramente musicale: scandito da otto episodi piuttosto lunghi, quasi sempre oltre i sei minuti di durata, l’album conduce pressoché immediatamente in ambientazioni claustrofobiche e immerge in atmosfere acide. Moss non insegue particolari build-up e non forza mai la ricerca di tensione, privilegiando climax morbidi che si fanno largo tra le increspature del groove, com’è già chiaro a partire da “U R Not Dying U R Just Waking Up”, una sorta di risveglio luminoso, caotico quanto basta. Col passare dei minuti, l’album riesce a incarnare perfettamente quell’idea di totale scioglimento al cospetto dell’energia viscerale della musica house: le traiettorie sono discretamente lineari, soluzioni da jam session e ritmiche serrate si rincorrono senza soluzione di continuità e, anche per questo, non c’è mai la necessità di far aumentare eccessivamente il numero di BPM. C’è spazio, comunque, anche per momenti più marcatamente ragionati e introspettivi, in cui anche le casse e i synth mostrano un’impostazione più ovattata: è il caso di “Reality Is Not What It May Seem” e “Awakening from the Daydreams”.
“Dance Music 4 Bad People”, nel resto del suo percorso, si regge su equilibri sottili: fra gli esempi più fulgidi di questa sospensione perpetua fra pulsioni ed elementi diversi, “The Map of Salt & Stars” si risolve con bassi profondi e melodie sgargianti, mentre “I’m in a Strange Loop” proietta nello spazio dopo aver anestetizzato l’ascoltatore, evocando stati di coscienza espansi, mentre il suono dell’organo si fa largo in un vortice ipnotico. “Dance Music 4 Bad People” si spegne con uno dei suoi passaggi più significativi: “The Art of Living a Meaningless Existence”, che non rinuncia all’ironia anche in elucubrazioni dalla dimensione prettamente terrena, è uno dei momenti in cui la tradizione house di Chicago abbraccia in maniera più calda anche qualche nota più British.
Con il suo linguaggio mai troppo ordinario e convenzionale, ma in qualche modo sempre straordinariamente riconoscibile, Hieroglyphic Being confeziona un prodotto pregno di senso, che sfida dinamiche e consuetudini (anche) figlie del tardo-capitalismo, e che convince anche sul piano musicale, nonostante l’assenza di instant classic e il sostanziale rigetto di momenti, anche fugaci, in qualche modo davvero club-friendly.
75/100
(Piergiuseppe Lippolis)

