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In bilico tra ricordi del passato e memorie del presente. Eliana Glass è una “trapezista” sonora: si muove spesso su un asse sonoro jazz – vocale, in particolare – ma spesso in maniera funambolica sfida i canoni stilistici del genere mettendo – ad esempio – in musica il poema “Human Dust” dell’artista multimediale Agnes Denes.
Il percorso compositivo della cantante, pianista e artista visiva di origini australiane/neozelandesi cresciuta a Seattle fluttua nello spazio come la figura di un acrobata che tenta di recuperare sogni perduti. La ricerca vocale e sonora della musicista, di stanza a New York, sembra quasi dettata dall’ascolto del “fanciullino interiore” pascoliano e dell’“antica meraviglia”. In diverse interviste all’artista traspare di fatto quanto la scrittura della Glass sia influenzata da rimembranze, suggestioni provenienti dall’infanzia: per esempio, quando Brad Rose di Foxy Digitalis, in un’intervista di qualche settimana fa (metà aprile 2025), le chiede quale potrebbe essere una rappresentazione visiva del suo disco di debutto E, lei risponde: «[…] una vecchia foto di me a 8 anni nella mia stanza: sono in piedi accanto al mio letto, con il mio lettore CD, e indico la macchina fotografica con una mano sorridente»; nel racconto a Joshua Minsoo Kim di Tone Glow riferisce, invece, della volontà di far ricomparire i ricordi di ieri di lei da piccola sotto il pianoforte nella sua musica di oggi: «parte della musica che ho composto di recente cerca di far riaffiorare quei ricordi, di quando suonavo sotto il pianoforte e lo vedevo come una sorta di nave, come dalla prospettiva di un bambino».
L’aver studiato nel corso degli anni gli standard jazz e poi canto jazz all’università The New School di New York con insegnanti quali Andrew Cyrille, Ben Street, Jay Clayton e Kris Davis è un tassello importante della formazione di Eliana Glass ma l’io creativo è alimentato dal ricordo di quello che c’era prima dello studio e delle lezioni di canto: una bambina e i suoi primi approcci con il pianoforte. Libertà e innocenza. Non fa quindi strano scoprire che le prime demo dei brani del disco di debutto E siano state realizzate con lo stesso registratore anni sessanta utilizzato dalla cantante tedesca Sibylle Baier per il suo diario sonoro – non destinato alla pubblicazione (anche se poi dato alle stampe nel 2006) – scritto tra il 1970 e il ‘73 durante un periodo doloroso della giovinezza, in cui la voce si presenta in una forma nuda e spoglia. Senza filtri, un po’ come la musica di Emahoy Tsegué-Maryam Guèbrou omaggiata dalla Glass nel brano strumentale “Song for Emahoy” (che trae spunto dalla traccia “Ballad of the Spirits”). Per la musicista newyorkese d’adozione il modo di suonare il piano della Guèbrou sembra essere una fonte di ispirazione: parafrasando le parole della Glass, semplice ma magico come la pioggia (si legga la già citata intervista di Tone Glow). Nella definizione della relazione tra composizione, improvvisazione, canto e pianoforte un ruolo ancora più importante è giocato però dal fratello della musicista, Costa Colachis Glass: collabora con la sorella alla scrittura della canzoni, l’aiuta a liberarsi da restrizioni e limitazioni quando canta, suona, improvvisa. Al centro del discorso compositivo la Glass riesce quindi a porre la ricerca sonora della propria voce che è, come non mai, uno strumento vero e proprio. Il suono del pianoforte, talvolta, sembra quasi un’estensione dello strumento voce, è il caso di una traccia come “Shrine”: registrazione simultanea di voce e piano e sovrapposizione di un’altra voce (sempre della Glass, ovviamente). Si potrebbe parlare – quasi – di un unico flusso indissolubile ed essenziale perché tutte le componenti del quadro sonoro sembrano girare attorno alle traiettorie della voce, ne seguono le tracce, i riflessi. Questa danza di elementi è più minimale nei brani solo piano e voce “Flood” e “Solid Stone” o più ricca di sfumature in pezzi più compositi come “Good Friends Call Me E”, brano impreziosito da contrabbasso e batteria.
(Monica Mazzoli)

