Un periodo d’oro per l’alien queen venezuelana, che a circa 6 mesi da “KiCk I” (uno dei nostri album del 2020) fa sentire di nuovo la sua voce con il ritorno a un’elementarità diversa, ma complementare ai risultati dell’ultimo disco. In collaborazione con il compositore Oliver Coates, l’EP raccoglie quattro variazioni della stessa composizione. Di “Madre” Arca ha detto:
“Ho scritto ‘Madre’ anni fa, e ho composto ‘Madreviolo’ suonando io stessa il violoncello, prima di lavorarci con Oliver. Dopo aver registrato ‘Madreviolo’ ho distrutto lo strumento che avevo comprato specificamente per questo pezzo: doveva essere una cosa di una volta sola per la versione dove ho distorto la voce nel registro del castrato. Ma la versione originale con la mia voce non modificata – che mi è parso fosse necessario pubblicare insieme a ‘Madreviolo’ – aveva bisogno di un arrangiamento che io potevo immaginarmi ma ancora non sentire… Quando ho condiviso la versione a cappella con Oliver c’è stata un’incredibile risonanza e chimica; e dove è intervenuto lui, è nato il luogo del quale sognavo ma che senza Oliver non avrei raggiunto.”
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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