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«I hope I die before I get old», cantavano gli Who nel loro brano simbolo My Generation nel 1965. E benché la band inglese non intendesse una vecchiaia meramente anagrafica, bensì una sorta di senescenza mentale della generazione che aveva vissuto la guerra, in contrasto con quella dei boomer, il rock’n’roll trova nell’incoscienza e nella sfrontatezza giovanile la sua forma più pura. Difficile pensare altrimenti ascoltando i due brani dei Keggs, formazione garage rock (proto-punk?) nata nel 1966 dalla passione di quattro ragazzi diciassettenni – ad eccezione del chitarrista Art Lennox¹ – di Farmington Hills (Michigan, USA) per la British Invasion² e, in particolar modo, per i Kinks, oltre che per altri gruppi britannici come Gerry and the Pacemakers e Animals.
Il suono storto e primitivo dei Keggs

I due pezzi del giovanissimo gruppo americano pubblicati nel 1967 in un 45 giri dalla Orbit Records suonano sbilenchi, sghembi e primitivi come non mai: rappresentano al meglio la bellezza che si può nascondere talvolta (ma non sempre) nell’imperfezione e nell’imperizia tecnica. Chitarre scordate, un cantato ebbro di spudoratezza adolescenziale e un approccio al suono primordiale che potrebbe ricordare certe produzioni dei Black Lips. Quattro ore in un piccolo studio di registrazione di Detroit, quattro versioni per ciascun brano, fino ad arrivare a quelle finite sul disco: To Find Out come brano principale e Girl sul retro.
Gli scontri di Detroit del ’67 e le copie del 45 giri andate perse
100 copie stampate in tutto, almeno così sembra dalle testimonianze di Art Lennox, uno dei chitarristi dei Keggs (l’altro è Steve Cool). Nelle liner notes del quinto volume Back From The Grave ³ della Crypt Records, che contiene al suo interno To Find Out, si legge però che gran parte delle copie andarono distrutte durante i durissimi e violenti scontri razziali a Detroit tra il 23 e il 27 luglio 1967 (raccontati, tra l’altro, sul grande schermo da Kathryn Bigelow nel film Detroit del 2017). Se si aggiunge poi il fatto che una parte delle copie – circa venticinque – era stata distribuita alle radio locali a scopo promozionale, i Keggs sono rimasti con un pugno di mosche in mano. Un alone di mistero ha così avvolto la storia del quartetto e sono cominciate a girare voci assurde (si vedano gli articoli su Detroit Metro Times e Aquarium Drunkard) – mai confermate né smentite – sulla sorte dei componenti: che il cantante sarebbe morto decapitato in un incidente motociclistico. Peccato, però, che Art Lennox nell’intervista concessa a Tim Warren (Crypt Records) nel 1986 non menzioni l’accaduto ma che, anzi, citi come avvenimento più pazzesco capitato alla band il fatto di aver passato una notte impelagati con le macchine nel fango, «nel ‘67 dovevamo suonare una “battle of the bands” a Farmington. Pat chiamò il liceo dove avremmo dovuto esibirci dicendo che era rimasto impantanato nel fango. Mandai Steve a recuperarlo, ma poco dopo chiamò anche lui dicendo che era rimasto bloccato. A quel punto io e Bob andammo a tirarli fuori e finimmo per passare tre ore quella notte a cercare di liberare dal fango tre macchine. Che incubo!».La fine del mistero
Il commento di Danny Kroha (chitarra e voce nei Gories, storico gruppo garage di Detroit attivo – in particolar modo – tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta) a un post Instagram di Evan Husney, del 28 settembre 2026, dedicato ai Keggs fa chiarezza una volta per tutte, si spera: «la storia della decapitazione è una balla totale». Peccato, però, perché la soluzione di un enigma ci riporta alla realtà.

¹Il chitarrista Art Lennox aveva sedici anni, gli altri componenti del gruppo, ossia Steve Cool, Pat Amboyan e Bob Rich diciassette.
² Art Lennox, chitarrista dei Keggs, racconta in un’intervista del 1986 a Tim Warren della Crypt Records – pubblicata nella fanzine/raccolta Back From The Grave (disponibile in prestito su Archive.org e si vede la foto sopra) – che «dopo la British Invasion, ogni adolescente del paese voleva avere un look britannico e comportarsi come un inglese» e che lui e i suoi compagni di band erano «grandi fan dei Kinks».
³ Nelle liner notes si legge: «[…] quando andarono a ritirare i loro dischi, lo studio non c’era più. Durante le rivolte razziali di Detroit il posto era stato dato alle fiamme, ma fortunatamente riuscirono a rintracciare la donna che gestiva lo studio, la quale aveva conservato una copia del nastro che avevano registrato. Così fecero stampare una manciata di copie per amici e familiari, ma il disco non fu mai pubblicato ufficialmente».
(Monica Mazzoli)
