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Liars, Arci Bellezza, Milano 5 ottobre 2026
Cosa vuoi dire di un concerto così pazzesco? Niente, se non che non esserci stati è stato un peccato (a cui però si potrà presto rimediare).
I Liars tornano con un tour europeo a poco meno di dieci anni dal precedente. Sono invecchiati? Forse solo anagraficamente, come del resto molti di noi qui presenti, perché per attitudine, energia e sudore nessuno qui ha nulla da dire.
Inaspettatamente suonano in Palestra Visconti (così chiamata, è bene ricordarlo, perché Visconti ha girato qui alcune scene di Rocco e i suoi fratelli, recuperabile su molte piattaforme, compresa quella per cui paghiamo un canone), anche se i numeri e il sold out arrivato ben prima dell’apertura delle casse avrebbero tranquillamente riempito il teatro sovrastante, dotato anche di aria condizionata.
Ma poco male, va benissimo così.

Alle 21.35 circa Angus Andrew e soci salgono sul palco e danno il via a uno dei live più incredibili degli ultimi mesi.
C’è tanta energia su quel palco che il concerto assume quasi i contorni di un rito collettivo: qualcuno sta celebrando qualcosa e noi stiamo partecipando più che assistendo. Per volumi (ho tre paia di tappi per abbassarli, tutti e tre in un comodo cassetto di casa mia), temperatura e attitudine, questo concerto è quanto di più vicino a un’esperienza immersiva.
È anche un concerto molto fisico, sia per la teatralità, mai fuori luogo, di Angus, che usa il suo corpo e soprattutto le sue mani come un’estensione della musica, sia per un tutto sommato civile e gioioso pogo che da metà concerto in poi si stabilisce al centro della sala, lasciando però tranquilli a ballare e godersi lo spettacolo coloro che, come me, non lo hanno mai amato particolarmente.
La setlist è un attraversamento dell’intero repertorio della band, dai pezzi più datati fino a Ice Pick, Kalamazoo, che anticipa il nuovo album in uscita a marzo 2027, passando per Brats e No. 1 Against the Rush.
Hanno chiuso dopo poco più di un’ora con Be Quiet Mt. Heart Attack! e, per una volta, una scaletta relativamente breve non è stata penalizzante. Al contrario, ha condensato in un lunedì sera ancora tiepido vent’anni di carriera in club che mi piace immaginare sparsi per il mondo ma tutti un po’ simili: cupi, underground (letteralmente, in questo caso), luoghi che non hanno bisogno di altro se non di loro sul palco e di noi sotto, a sostenerli.
Esserseli persi, come dicevo poco sopra, è stato un peccato. Ma lo stesso Angus ha salutato il pubblico con un eloquente “ci vediamo l’anno prossimo”. Io vi ho avvisato: fossi in voi, dopo marzo darei un’occhiata a quell’app dove tutti compriamo i biglietti, senza aspettare un altro, prevedibilissimo, sold out.

