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Laura Misch @ Arci Bellezza, Milano, 07/10/2026
Nella foto del suo profilo Spotify, Laura Misch ascolta una conchiglia. Potrebbe sembrare semplicemente una bella scelta estetica, ma dopo aver ascoltato Lithic, e soprattutto dopo aver visto il concerto con cui lo sta portando in giro per l’Europa, sembra quasi un manifesto programmatico.
La natura per Laura Misch non è soltanto qualcosa da campionare, raccontare o utilizzare come ispirazione. Va ascoltata, manipolata e infine messa in scena.
Lithic nasce tra grotte, cave e coste, utilizzando field recording, pietre, acqua e materiali naturali come elementi della composizione. È un disco che non cerca particolari soluzioni easy listening e che sembra chiedere all’ascoltatore di sedersi e concedergli tempo. Anche ascoltando i singoli brani si ha l’impressione di un lavoro pensato nella sua interezza, senza un episodio che si stacchi nettamente dal progetto.
E mercoledì 7 ottobre, all’Arci Bellezza di Milano, ad aspettarci ci sono effettivamente file di sedie. Vedere il pubblico seduto in uno spazio come questo è tanto inusuale quanto funzionale allo spettacolo pensato dalla cantante londinese.
Alle 21:30 Laura Misch sale sul palco insieme a Marysia Osu, tra arpa e tastiere, Katt Newlon, tra violoncello, synth e cori, e Jake Long alla batteria. La formazione è essenziale, ma i ruoli sono meno definiti di quanto possa sembrare sulla carta. Oltre a cantare, Laura Misch si divide tra synth e sax e utilizza un loop pedal per costruire progressivamente gli incipit dei brani.
Jake Long contribuisce a dare corpo ai suoni naturali utilizzando una grancassa elettronica, tamburi, spazzole e piccole percussioni. Marysia Osu utilizza spesso l’arpa in maniera ritmica, facendola diventare parte della struttura portante dei brani. Katt Newlon è al fianco di Laura Misch sul palco: le due si guardano spesso, sfidandosi e amalgamando voce e cori, sax e violoncello.
Replicare Lithic dal vivo non è semplice. Il concetto stesso del disco dipende dai luoghi in cui ha preso forma. Grotte, cave e coste non fanno soltanto da scenario, ma entrano materialmente nelle composizioni, dagli echi naturali ai rumori raccolti all’esterno. Laura Misch prova allora a ricrearne non tanto i luoghi quanto la sensazione.
La luce arriva quasi esclusivamente da dietro. Marysia Osu e Jake Long rimangono spesso avvolti dalle finte nubi e dall’intensità della luce, mentre in primo piano vengono disegnati soprattutto i contorni di Laura Misch e Katt Newlon. Sul palco compaiono pietre, conchiglie, tamburi, piccoli sonagli sospesi, una shruti box – strumento indiano capace di produrre un bordone continuo – e diversi elementi collegati all’elettronica. Anche le cuffie indossate da Laura Misch hanno due grandi padiglioni a forma di conchiglia, lo stesso elemento che ritorna nella sua immagine su Spotify.
Dentro questa trama affiorano vento, acqua che scorre e rumori ambientali, che entrano e spariscono tra synth e strumenti acustici. Tutto concorre a una teatralizzazione della natura, ma più ancora degli oggetti sul palco è Laura Misch stessa a renderla credibile.
Mentre suona il sax oscilla lentamente avanti e indietro. Quando canta muove le mani disegnando piccoli gesti circolari, spesso con gli occhi chiusi. In Circle cammina formando un cerchio sul palco; durante Shell si mette in ginocchio davanti a Katt Newlon, mentre il violoncello l’accompagna in una delle esecuzioni più intense e meglio riuscite della serata. La canzone ha una lunga coda e Laura Misch e Katt Newlon si prendono tutto il tempo per accompagnarla alla sua naturale conclusione.
La prima parte del concerto è dedicata quasi interamente a Lithic. Si parte dai brani più lenti, essenziali e minerali per aumentare progressivamente la tensione. Con Kairos qualcosa comincia a cambiare, la cassa si fa più presente e la componente ritmica prende spazio.
In alcuni passaggi la musica sembra scivolare verso una forma di ambient techno con i loop che si accumulano e per qualche minuto sembra possibile immaginare una direzione completamente diversa. È quasi sempre il sax, però, a riportare tutto dentro i confini iniziali del progetto.
In Scrolls, Laura Misch utilizza gli elementi elettroacustici disposti davanti a lei, tra pietre e conchiglie. Perdonate se le mie orecchie non riescono a captare l’era geologica di una pietra, ma quello che succede sul palco rende difficile separare il suono dal gesto che lo produce.
Una delle conchiglie cade mentre Laura Misch la sta utilizzando e, per qualche secondo, incrina con una nota comica l’atmosfera sospesa che si è creata.
Ogni volta che un brano finisce e parte l’applauso, Laura Misch cambia completamente espressione. Sorride, guarda il pubblico quasi sorpresa, ringrazia. Per qualche secondo sembra uscire dal personaggio che aveva costruito fino a quel momento. È come se l’applauso la svegliasse dall’ipnosi delle sue stesse canzoni.
Nella parte finale il concerto cambia lentamente pelle. Arrivano brani più vecchi come Walk Alone Hear Thoughts of Your Own, Climb e Lagoon. Non cambia soltanto il repertorio, ma cambiano anche le luci e l’atmosfera diventa più leggera. La batteria aumenta il passo e soprattutto il sax torna a essere protagonista, con melodie più immediate che rimangono in testa. Il concerto sembra aprirsi, quasi tirando fuori lo spettatore dalla grotta in cui era stato accompagnato per tutta la prima parte. Laura Misch parla poco, senza perdersi in lunghe spiegazioni. Ringrazia l’Arci Bellezza, racconta brevemente l’intento dietro Lithic e verso il finale promette al pubblico uno «tsunami di sax».
Dopo quasi un’ora e mezza rimane soprattutto l’ambizione di un’operazione che trova una forma convincente nella cura degli arrangiamenti e nel rapporto tra luce, gesti e suono. La prima parte del concerto possiede una coerenza musicale e visiva rara.
E poi c’è quel sorriso, come se Laura Misch fosse divertita dall’idea di aver portato un pubblico intero a stare seduto dentro l’Arci Bellezza ad ascoltare musica fatta anche di pietre, conchiglie e tempi geologici, di gesti lenti e silenziosi sul palco.
Forse è proprio quella felicità a impedire che tutta questa ambizione diventi troppo seriosa. E a far funzionare, alla fine, la sua strana teatralità della natura.



