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Il 13 marzo l’artista svizzero-francese Noémi Büchi ha pubblicato “Exuvie”, il suo terzo album pubblicato da –OUS. Il lavoro si muove lungo il crinale sottile che separa la concretezza della materia dalla volatilità della memoria, un’indagine sonora che prende il nome dal termine latino exuviae: il guscio vuoto, la spoglia abbandonata dopo una metamorfosi. È la traccia fossile di un corpo che ha cambiato stato, un’impronta trasparente di un sé precedente che resta sospesa in quel territorio incerto tra la perdita e il rinnovamento, dove il passato e il futuro si sovrappongono in una danza di presenze e assenze.
In questo spazio di transizione, Noemi Büchi agisce come una scultrice del suono capace di far collassare i confini tra i generi, fondendo una sintesi millimetrica di ritmi texturizzati con un’astrazione elettroacustico-orchestrale di rara potenza. La sua scrittura non cerca la linearità rassicurante, ma si nutre di una fisicità ritmica che si spezza in interruzioni improvvise, nobilitando l’irregolarità e l’errore fino a renderli elementi portanti di un’esperienza d’ascolto vasta e iper-dettagliata.
Attraverso stratificazioni di synth analogici che dialogano con toni cristallini e improvvise incursioni noise, le composizioni evolvono organicamente, arrivando spesso a sfiorare la forma della canzone pop pur mantenendo una complessità “architettonica”. Guidata da una sorta di orchestra interiore popolata da innumerevoli voci, Noémi Büchi modella un’architettura sonora immersiva, dagli echi brutalisti, dirompente ma a suo modo mutevole e non priva di spiragli.
L’artista negli ultimi anni si è esibita in importanti festival internazionali come Ars Electronica, MUTEK, L.E.V. Festival, CTM, Variations Festival e Biennale Némo, oltre che in musei di rilievo mondiale tra cui il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid (Spagna), il Musée d’Art de Nantes (Francia), il Pavillon Le Corbusier di Zurigo (Svizzera) e la Culture Station Seoul 284 (Corea del Sud). Ha conseguito una laurea triennale in Musicologia e Lingua/Linguistica tedesca e un master in Composizione Elettroacustica, percorso attraverso il quale ha sviluppato la propria voce compositiva all’incrocio tra ricerca sul suono, tecnologia e pratica artistica. Vive e lavora attualmente tra Basilea, Zurigo e Parigi.
Ispirato dai corpi dislocati di Francis Bacon, dalla strana fame dell’intimità e dalla consistenza del silenzio, il suo terzo album si dispiega come un dipinto, aprendo spazi di memoria e trasformazione. Büchi intreccia echi di colonne sonore di videogiochi, musica anime, hip hop e tardo Romanticismo.
Di questo e molto altro ci ha parlato per raccontare 7 ispirazioni dietro le sue fascinazioni e il percorso di ricerca che ha portato alla pubblicazione dell’ambizioso “Exuvie”.
1. Francis Bacon
Adoro quei dipinti. Credo che l’opera di Francis Bacon sia ciò che mi ha colpito di più nella mia vita dal punto di vista artistico. I corpi distorti nei dipinti di Bacon non sono rappresentazioni di violenza, ma studi di forma, colore e tensione. La carne come architettura instabile e come materia. Ciò che mi interessa è la pressione che si cela sotto la superficie. Un corpo teso da forze invisibili. Nel suono, cerco una tensione interna simile: toni che sembrano compressi, spostati, o sull’ orlo di una trasformazione senza crollare. 


2. Il metallo
Il metallo mi affascina sia come materiale che come texture sonora: la sua durezza produce una bellissima risonanza. È resistente ma vibrante, freddo ma capace di brillare. Sono attratta dai timbri
che racchiudono questa qualità metallica. Il metallo incarna l’idea che la solidità possa comunque vibrare.
3. “Replica” di Oneohtrix Point Never
Questo album è uno dei miei preferiti in assoluto. Non c’è altro da dire: la musica di 0PN è semplicemente magica e da sempre una grande fonte di ispirazione per me. È originale, audace, bella, nostalgica, poetica e potente allo stesso tempo.
4. “Le livre du large et du long” di Laura Vasquez
In questa opera il linguaggio si estende nello spazio e nel tempo. La ripetizione diventa espansione piuttosto che ridondanza. Il testo appare essenziale ma carico di significato, quasi architettonico nella sua precisione. Mi identifico con questa economia di mezzi, con il modo in cui la riduzione intensifica la percezione. Nella composizione, cerco una chiarezza simile: nulla è superfluo, tutto è necessario. Ciò che mi commuove è il modo in cui lei tratta il linguaggio come sostanza: qualcosa che può essere stratificato, allungato, consumato. Sono profondamente ispirata da questo doppio movimento: scrivere sulla materia rendendo al contempo il linguaggio stesso materiale. La sua scrittura spesso sembra come toccare ripetutamente una superficie finché la sua consistenza non si rivela. Mi identifico con questo approccio nel mio lavoro con il suono — trattandolo non come rappresentazione, ma come materia. Il suono come pelle, come tessuto, come qualcosa che porta tracce di vita anche nell’astrazione.

5. Le passeggiate infinite in grandi città sconosciute e sconfinate
Camminare senza meta ridefinisce la percezione. Nelle grandi città, specialmente di notte, l’architettura si dissolve in ritmo, luce e distanza. La ripetizione diventa struttura. Queste passeggiate influenzano il mio senso della durata e del ritmo: forme lunghe senza un climax evidente, cambiamenti graduali piuttosto che eventi drammatici.
6. L’anatomia
L’anatomia rivela la struttura che si cela dietro l’apparenza. Mette a nudo la logica scheletrica che rende possibile il movimento. Nella composizione, ragiono in termini anatomici: dov’è la spina dorsale dell’opera? Dove sono le sue articolazioni, le sue tensioni, i suoi fragili tessuti connettivi? Il suono non è mai solo superficie: ha un corpo interno.
7. Il (suono del) vento
Il vento non ha una forma definita. Diventa visibile solo attraverso i suoi effetti, attraverso ciò che piega, sposta o erode. È una forza senza forma, che si rivela solo in relazione. Penso alla composizione in modo simile: non come costruzione di oggetti, ma come guida di correnti. Il vento modella i paesaggi lentamente e con tenacia. È un’architettura invisibile. Il suono del vento non è mai il vento stesso. È l’aria che incontra resistenza, alberi, metallo, architettura, microfoni. Ciò che sentiamo è attrito, vibrazione, risonanza. Questo mi affascina: il suono come traccia di contatto. Il suono del vento può essere quasi tonale o completamente simile a un rumore. Si muove tra la consistenza e l’intonazione. Sembra vivo ma non può essere fissato. Il suono del vento mi ricorda che l’ascolto è relazionale. Nulla esiste da solo, tutto diventa udibile attraverso l’incontro.

