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Sei album in nove anni: ritorno alle origini
Ne è passato del tempo dal 2018, ovvero da quello splendido debutto degli Altın Gün che era stato “On”. La band turco-olandese è infatti arrivata al suo sesto album, mica male sei album in nove anni, una media prolifica ma è in linea con il fatto che gli Altın Gün sanno suonare bene per cui – immaginiamo noi – “fanno presto” ad entrare in sala d’incisione e registrare.
La formula è sempre la stessa da sempre, ovvero la ripresa della musica turca, in particolare del rock turco degli anni ’70, e di un cosiddetto “Anatolian funk”. La sorpresa, quindi, non è più tale: nel debutto, che noi di Kalporz siamo stati tra i primi in Italia a segnalare, ci si esaltava, ma ormai il senso di meraviglia improvvisa si è affievolito. Probabilmente ci siamo anche abituati molto di più ad ascoltare musiche etniche dal mondo. Ancora di più occorre rilevare la grave perdita della voce femminile della cantante Merve Daşdemir, avviata a una carriera solista non ancora ben assestata (finora ha pubblicato solo un singolo dalla verve elettronica, intitolato “Platonik”).
Folk come tradizione o come evoluzione?
Dunque, il gruppo rimane saldamente nelle mani del leader Erdinç Ecevit, cantante, tastierista e suonatore di bağlama, che questa volta ripercorre in particolare il repertorio di un cantautore turco, Neşet Ertaş, scomparso nel 2012. In fondo, dicono gli Altın Gün, noi facciamo folk, e anche gli artisti che ci hanno preceduto facevano folk, ripercorrendo i traditional. Il folk dunque come successione di tradizioni, direi che è una visuale corretta. Ma personalmente preferisco l’evoluzione, e gli stessi Altın Gün avevano cambiato un pochino la formula, mischiandola con il pop e con i suoni sintetici, in album come in “Yol”, che ― ricordiamolo ― finì 13° nei Kalporz Awards del 2021. Ora, per certi versi, sono tornati indietro.
Come si suol dire, “per gli amanti della band”
Ci sono dunque i brani “solidamente” ancorati alla loro tradizione turca rivisitata, come “Zülüf Dökülmüs Yüze” o la strumentale “Benim Yarim”, ma c’è anche qualche tentativo di uscire un po’ dal seminato come ad esempio nella forte partenza quasi da rock da stadio degli anni ’80 dell’iniziale “Neredesin Sen” o nella evocativa chiusura pastorale ma con arpeggiatori “alla Portishead di The Rip” di “Bir Nazar Eyledim”. I due pezzi migliori dell’album. Per il resto, come già detto, l’album ripercorre il loro stile codificato.
In conclusione non si può certo dire che sia un album sconsigliato, ma è un disco per chi già ama la band. Per chi non la conosce (e sono in pochi) forse meglio partire dall’inizio.
68/100
(Paolo Bardelli)

