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12 Febbraio, Lokomotiv Club, Bologna.
Ci vuole onestà nel rapporto tra chi scrive e chi legge: chi scrive, infatti, ha spesso visto il nome di Anna Von Hausswolff, è stato consapevole di un alone di personaggio di culto eppure niente, per diversi anni non era andata, non si era creato un rapporto con l’autrice svedese.
Succede: la musica è connessione e sia su disco che dal vivo connessione vuol dire che due punti remoti di umanità si fondono, l’artista scrive (o si esibisce) e l’ascoltatore percepisce, si innamora, balla, salta, urla, canta, piange, stringe la persona vicina o sbatte contro quella lontana in un pogo selvaggio.
Connessioni ed energia: elettricità.
Non era successo fino a “Iconoclast” sesto album in carriera della nostra ormai (quasi) quarantenne e che forse a sorpresa di molti è stato salutato come uno dei dischi più belli dell’anno, in grado, questo è importante e non scontato, di allargare il pubblico di Anna Von Hausswolff.
Settantadue minuti di musica che è, rispetto al passato, diversa e capace di trovare nuove formule espressive.
Meno abrasiva, meno bordate soniche, meno sguardi al gotico più introspettivo e più apertura al jazz, al sax (con Otis Sandsjö su disco e dal vivo vero e proprio secondo protagonista dell’impalcatura sonora) a ritmiche potenti e una voce che rimane unica, rimane intensa, rimane costantemente (almeno è l’impressione) sopra le righe ma con garbo e naturalezza.

Non è abituale che avvenga una evoluzione sonora importante al sesto disco, dopo quindici anni di carriera, tra l’altro per una artista singola che, rispetto ad un gruppo deve rispondere solo a sé stessa e alla propria visione.
Eppure a volte tutti cresciamo di colpo o almeno cambiamo, maturiamo, imbocchiamo percorsi prima solo sfiorati.
E quindi forse tutto questo discorso è fine a sè stesso ma siamo al Locomotiv Club di Bologna, di giovedì sera e c’è sold out, da qualche settimana ormai.
Dei concetto stesso di tutto esaurito ci interessa poco (ormai è diventata una metrica di qualità, quando è, se proprio, un indice di successo e con molti se e ma) ma che la risposta del pubblico sia imponente è un fatto: età media venti-quaranta, con diverse eccezioni verso l’alto e un generale entusiasmo che contamina la sala.
E quasi un “The Iconoclast tour”: il disco è suonato per due terzi, il live ne è completamente protagonista anche perché rispetto al passato ora l’organo (elemento centrale della discografia di Anna nel tratto centrale della sua carriera) è quasi nascosto, mentre la scena è completamente rubata dal sax, il vero conduttore melodico dei nuovi brani e su cui viene costruita una intensa impalcatura di batteria, sintetizzatori, chitarre.

Su questo pattern, l’energia sonora e le note di sax si staglia Anna Von Hausswolff: non scopriamo ora noi la potenza vocale di questa apparentemente angelica ed esile svedese la voce intensa e che sembra non essere né un canto né un parlato.
E’ strumento: strumento a fiato, se fosse un oggetto, emissione sonora potente, lucida e sempre controllata eppure intensa, senza virtuosismi, non è esibizione, non va nella direzione in cui spesso confondiamo volume sonoro e qualità nel canto.
Di nuovo: è uno strumento.
E la cosa particolare è che tutto funziona benissimo: siamo nel 2026, è giovedì, i brani durano cinque, otto, anche dieci minuti e pure l’entusiasmo è alle stelle, le ritmiche sono imponenti (pensiamo a Stardust) le luci spesso scure ad illuminare solo tratti isolati di palco eppure tutto funziona, la band non perde un colpo e Anna si concede anche di tanto in tanto di allontanarsi dalla sua postazione centrale e di andare sul bordo del palco, verso il pubblico.
Si concede di ballare, sorride, ringrazia, dice più volte che la serata è speciale e cita la presenza di Roberta, sua madre (spirituale?reale?).
E viene da pensare che ci sono due magie in una serata così.
La prima è nel generale senso di tranquillità, di serenità: in questo momento Anna von Hausswolff sembra comunicare soprattutto una nuova fase di maturazione, una nuova consapevolezza sonora, è tranquilla nel proporre un live fatto quasi interamente del nuovo album perché sa di avere centrato tutto o quasi nella scrittura di quei pezzi che non hanno niente di pop o di orecchiabile o facile eppure sembrano perfettamente accessibili, basti pensare al crescendo emotivo di “Facing Atlas” , tra le vette del disco e non a caso reale apertura del concerto.
La seconda è possa accadere in un giovedì, in un locale dove i biglietti sono finiti, dove il pubblico entra consapevole che ascolterà suite che possono superare i dieci minuti e esce, queste sono le parole che si sentono soffuse a luci spente, incantato da una proposta che è difficile confrontare con altre, eppure funziona.
E non avremmo molto altro da dire, forse solo che non l’avremmo immaginato ma sì, si può costruire la struttura di un album e di un live sul sax, uno strumento che oggi sembra solo un supporto di certe sonorità e orchestrazioni e che qui, invece è stato il secondo protagonista, in un duetto melodico perfettamente riuscito e mai banale.
Bello che sia uscito, questo Iconoclast: adesso e d’ora in poi c’è anche chi scrive su questa piccola imbarcazione che segue Anna Von Hausswolff nel suo lungo viaggio di scoperta e di scrittura musicale.
Il consiglio è di salire a bordo.
Setlist
- Consensual Neglect
- Facing Atlas
- The Mouth
- The Whole Woman
- The Iconoclast
- An Ocean of Time
- The Mysterious Vanishing of Electra
- Stardust
- Aging Young Women
- Ugly and Vengeful
Encore:
- Funeral for My Future Children
- Struggle with the Beast


