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Il fascino di “She Moved Through The Fair” è quello delle canzoni che passano di bocca in bocca, quelle cosiddette “popolari”, che si cantavano davanti al fuoco quando questo era l’unico modo di scaldare la casa. Rappresenta in maniera plastica la tradizione irlandese, quindi il passato, ma ancora ci parla. Ci colpisce. Dagli anni ’50 in poi è stata registrata più volte da diversi artisti, e tutti ne hanno inquadrato una parte, non il tutto. È una canzone che sfugge: forse perché è una ghost-song, un pezzo in cui il protagonista – quantomeno nella versione più completa – è un fantasma. O forse perché non ha un testo definito, ce ne sono tante varianti che le conferiscono significati diversi. E il suo essere inafferrabile ha fatto sì che alle volte ne è stato preso solo un pezzettino di melodia, e utilizzato in un’altra canzone. Possiede persino tanti titoli diversi. Insomma, è una canzone prisma, che cambia a seconda di come la si guarda ma che – in ogni caso – parla al cuore.
La versione “classica” di Van Morrison + The Chieftans (1988)
Se vogliamo partire da una versione piuttosto fedele a quello che potrebbe essere il nocciolo folk-irlandese del brano, allora possiamo partire in questo viaggio lungo molte delle innumerevoli versioni di “She Moved Through The Fair” proprio con la versione di Van Morrison con i Chieftans (1988).
Qui il testo è quello criptico: lei si allontana da lui dicendo che “non passerà molto tempo, amore mio, prima del giorno delle nozze”, e lui la vede allontanarsi attraversando la fiera di paese. Poi lei ritorna di notte, ma non si capisce se è una presenza reale o meno (non fa rumore), e gli dice: “Non manca molto, amore mio al giorno del nostro matrimonio”
Last night she came to me
My young love came in
So softly she entered
That her feet made no din
And she came close beside me
And this she did say
“It will not be long love
Till our wedding day”
Le prime versioni vocali: Mary O’Hara e Pete Seeger (1956)
Forse però bisognerebbe partire dalle prime versioni registrate che sono giunte a noi, e cioè a quelle vocali, rispettivamente femminile (Mary O’Hara) e maschile (Pete Seeger), entrambe del 1956. Quest’ultima introdotta da un tin whistle, ma tranne questo strumento musicale si tratta di canzoni puramente vocali, come probabilmente era originariamente la canzone che si tramandava di bocca in bocca. Questo può spiegare anche il fatto che, nelle versioni musicali che verranno, gli accordi cambiano, perché chiaramente a stessa nota (es. un do) si può associare un accordo diverso che conferisce anche un effetto diverso (es. do+maggiore oppure un la-minore, il primo più aperto/positivo e il secondo più chiuso/melanconico).
Marianne Faithfull aggiunge le chitarre e il sitar (1966)
Un’interpretazione con la chitarra l’aveva già provata Davey Graham, talentuosissimo chitarrista inglese che utilizzava un’accordatura particolare aperta e che l’aveva fatta diventare una canzone ultra-tecnica (qui una sua versione del 1963), ma forse si può dire che il primo adattamento “famoso” è quello di Marianne Faithfull nell’album “North Country Maid” del 1966. La Faithfull inserisce un sitar e il risultato è in tipico flower-power, una canzone irlandese che si trasferisce immediatamente in India.
Le interpretazioni psichedeliche: dagli Yardbirds (1967) ai Fairport Convention (1968)
In quegli anni dunque “She Moved Throught the Fair” diventa una canzone tipica del folk, e la ritroviamo in altre interpretazioni psichedeliche. Vuole confrontarcisi un giovane Jimmy Page negli Yardbirds, che la incide sotto il titolo “White Summer” (!?) e la trasforma in una cavalcata lussuriosa. Non è certo il motivo del cambio del nome, ma chiamarla come in originale avrebbe implicato un legame diretto con il traditional, mentre con il nuovo titolo di “White Summer” Page può firmarla come una propria composizione (cosa che infatti fece). E la stessa linea melodica riemergerà più tardi in “Black Mountain Side” dei Led Zeppelin (1969), chiudendo il cerchio.
Ma la versione che preferisco di quegli anni, perché completa, è quella dei Fairport Convention del 1969: le due anime, quella vocale primigenia e quella evoluta chitarristica, si incontrano in una rielaborazione sospesa ed eterea marcata da un’interpretazione vocale da lasciare senza fiato di Judy Dyble, la cantante originale dei Fairport. Non c’è malinconia o tristezza, solo vibrazioni psichiche. Da brividi.
La strofa mancante che la trasforma in una ghost-song (la versione di Loreena McKennitt)
La versione del 1985 di Loreena McKennitt è, per quanto riguarda il testo, completa, e contiene questa 3a strofa che dà un’informazione fondamentale per la comprensione della storia, ovvero che il giorno della fiera fu “l’ultima volta” che la vide:
The people were saying
No two e’er were wed
But one has a sorrow
That never was said
And she smiled as she passed me
With her goods and her gear
And that was the last
That I saw of my dear
La quarta strofa, quella in cui l’amata torna a trovarlo di notte, è ancora più esplicita, perché lui dice di “averla sognata la scorsa notte”: lei è quindi tornata come un fantasma, ma soprattutto a questo punto il verso “Non manca molto, amore mio al giorno del nostro matrimonio” assume una luce macabra. E’ destinato a morire presto anche lui?
Musicalmente oltre alla voce, potente e determinata della McKennitt, la canzone utilizza il canto degli uccellini e una campana fissa che crea un’atmosfera straniante da film dell’orrore (la campana suona una nota fissa che non si accorda con la melodia).
Il testo “cinematografico” degli All About Eve (1988)
L’interpretazione degli All About Eve (band “cugina” dei Mission) è il passo avanti: il testo si fa cinematografico e allora sembra che sia un uomo un po’ più in là con l’età a parlare, rimembrando il suo “amore di gioventù”. Avete già capito come va a finire: il sogno con il “defunto amore” e l’annuncio dell’imminente matrimonio è proprio l’annuncio della morte del protagonista. Scelgo di condividere la traduzione in italiano di questa versione, perché è la più scorrevole e narrativa:
Il mio giovane amore mi disse:
“A mia madre non dispiacerà,
e mio padre non ti disprezzerà
per la tua mancanza di gentilezza”.
E mi posò la mano sulla spalla,
e disse:
“Non passerà molto tempo prima del giorno del nostro matrimonio”.Poi si allontanò da me,
e attraversò la fiera,
e io la guardavo con affetto mentre si muoveva qua e là,
e poi proseguì.
Solo una stella era sveglia
Come il cigno alla sera
Che si muove sul lagoLa notte scorsa è venuta da me
Il mio amore defunto è entrato
È entrato così dolcemente che i suoi piedi non hanno fatto rumore
E mi ha posato la mano sulla spalla
E mi ha detto così
Oh, non manca molto ormai
Al giorno delle nostre nozze
Molto intensa anche l’interpretazione vocale della cantante Julianne Regan, e in generale ottimo il brano, dal mood particolarmente malinconico,
L’epica contro la guerra dei Simple Minds: “Belfast Child” (1989)
I Simple Mind rivoltano il testo come un calzino: la canzone diventa un inno contro la guerra. Molto poetico. Jim Kerr sente per la prima volta la melodia di “She Moved Through The Fair” pochi giorni dopo l’attentato di Enniskillen, avvenuto l’8 novembre 1987, quando una bomba piazzata dall’IRA esplode durante una cerimonia in occasione del Remembrance Day a Enniskillen, nella contea di Fermanagh, uccidendo 12 persone e ferendone almeno 63. La canzone è un crescendo emozionante fino a che Kerr fa un’invocazione a “tornare a casa” per mettere le cose a posto, per risolvere i troubles della questione nord-irlandese.
Come back people, you’ve been gone a while,
And the war is raging, through the Emerald Isle.
That’s flesh and blood man, that’s flesh and blood,
All the girls are crying but all’s not lost.
Ascoltare la canzone guardando il (bel) video in bianco e nero di Andy Morahan è ancor oggi molto emozionante.
La versione “del cuore”: Mike Oldfield (1995)
Ma c’è una riscrittura che amo più di ogni altra: quella di Mike Oldfield nel suo album “Voyager”. È strumentale e gira su una base di synth vocale che tiene il ritmo (alla maniera di “Moments in Love” degli Art of Noise) e distilla una malinconia atavica, un sentimento di nostalgia amplificato a mille. Un grande.
La versione definitiva di Sinead O’Conner
E poi si arriva lì, a quell’interpretazione che diventa il punto di riferimento, il picco, non più raggiungibile, quella di Sinead O’Conner. Sarà che come sempre Sinead non la canta, la sente, sarà che la sua timbrica e modulazione è impressionante, sarà che se la personalizzò girandola al maschile e facendola diventare “He moved through the fair”, fatto sta che dopo questa direi che si può chiudere baracca. La incise dapprima per la colonna sonora del film “Michael Collins” (1996) con uno sfondo più orchestrale, e poi più minimale nel suo EP del 1997 “Gospel Oak“. Ma l’interpretazione che restituisce tutto, anche la sua concentrazione e i suoi occhi chiusi, è questa live del 1996. Dopo questa non si torna più indietro.
Le versioni degli anni successivi
Ci sono state altre reinterpretazioni interessanti negli ultimi 30 anni: quella sonica di Shane MacGowan and the Popes (1998), quella rock dal riff potente degli inglesi The Owl Service (2021) fino ad arrivare all’elettronica-shoegaze del duo scozzese Winterlight, uscita nel marzo 2025, a dimostrazione che “She Moved Through The Fair” è ancora lì che ci parla in un modo misterioso, su una lunghezza d’onda che ognuno può provare a decifrare.
(Paolo Bardelli)

