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#IRecuperiDiFineAnno
Introspezione dopo il tour
Devo ammettere che ho atteso con molto tremore il ritorno del “Magic Man” con il suo nuovo album (il suo terzo), visto l’amore nutrito per la sua precedente opera.
Dopo tre anni, un world tour nel 2023 ed una pausa di un anno, Jackson Wang è tornato con Magic Man 2, frutto di una riflessione interna e di molti alti e bassi. In questo senso, Magic Man 2 riflette anche una condizione ormai tipica del pop globale: quella di un artista di Hong Kong che suona, produce e si racconta con un linguaggio musicale pienamente occidentale, quasi statunitense.
Da questo suo ultimo album si percepisce che l’artista abbia lavorato sul suo lato introspettivo e ci troviamo di fronte al concept di un album molto differente rispetto al precedente il quale aveva delle sonorità molto più vicine ad un pop-rock alternativo ricco di distorsioni.
Da pop-rock a RnB emotivo: un diario in musica
Magic Man 2, contrariamente, è un album molto più pop/RnB con delle sonorità in un certo senso cullanti, in cui il cantante, a mio parere, si è concentrato molto a renderlo quasi un “diario personale” in cui buttare tutte le emozioni ed esperienze vissute: nella traccia Made Me A Man Jackson esprime la sua vulnerabilità, il dover correre ancora prima di crescere, la stanchezza che ne deriva e la guarigione, mentre Dearè una canzone posta come una lettera ai genitori in cui sono incluse le loro registrazioni vocali. Può sorprendere la collaborazione con Diljit Dosanjh, cantante indiano, che rende il brano particolare, molto veloce grazie a beat dinamici e ritmato con un bel mix culturale.
Tutto l’insieme forma un lavoro molto coeso che passa da tracce delicate e lente a quelle ritmate e ballabili, senza risultare stonato; il mood dell’album è decisamente più atmosferico, costruito su un bel lavoro di synth, e sembra quasi sospendersi nel tempo.
Coerenza emotiva e pop globale: luci e ombre di Magic Man 2
Forse è un album meno caratteristico e un po’ più debole, se paragonato al precedente, ma resta comunque una riuscita testimonianza dell’artista soprattutto come viaggio introspettivo e come ricerca di nuove sonorità per la sua crescita personale. Convince cioè più per coerenza emotiva che per coraggio artistico, ma è normale nell’epoca che viviamo del pop globalizzato.
65/100
(Lisa Zanin)

