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Secondo i nostri corrispondenti del cinema, il sito NPC Magazine.
A guardarsi indietro, il 2025 non è stato un anno così generoso per il cinema. La selezione disomogenea che ne risulta porta addosso questa fatica: non come limite, ma come traccia visibile di un’annata irregolare, quasi piatta, con poche opere che hanno saputo distinguersi e rapire il pubblico.
Ecco perché la nostra lista dei migliori film del 2025 nasconde apparati produttivi radicalmente diversi, titoli che sono distanti per contenuti e stili. La lista che segue riflette una pluralità di linguaggi e intenzioni: non una classifica gerarchica, ma un mosaico ragionato di film che, ciascuno a suo modo, hanno segnato il 2025.
A voler trovare una linea comune, potremmo dire che abbiamo assistito al tiepido ritorno del cinema come spazio di politico e di denuncia: da un lato opere di denuncia urgente come La voce di Hind Rajab e Un semplice incidente; dall’altro Bugonia, Eddington, Una battaglia dopo l’altra, legati da un filo rosso meno esplicito ma altrettanto rilevante: una riflessione socio-politica che rimane volutamente ambigua, refrattaria a schieramenti e lavora per stratificazioni.
Dall’altro lato, ci siamo sorpresi nel rilevare una presenza consistente di produzioni italiane [ndr, qui trovate anche la nostra lista dei migliori film italiani del 2025]. Un cinema che sembra spesso arrancare e rifugiarsi ancora nella commedia di compromesso, qui invece affianca senza paura titoli internazionali.
Inutile sforzarci a trovare punti di connessione, la verità è che il miglior film è sempre quello che ti resta attaccato alla pelle, che tu stia seguendo le scorribande di due vecchi in giro per i bar della pianura Padana o le avventure di un alieno blu alto 3 metri.
Nosferatu

Dopo i capolavori firmati da Murnau ed Herzog, anche Robert Eggers decide di mettersi in gioco con la storia gotica per eccellenza: Nosferatu (alter ego del noto Dracula, dell’iconica opera di Bram Stoker).
Compiendo un vero e proprio atto di amore, Eggers interpreta la storia senza sconvolgerla, attribuendole un’estetica rinnovata dal proprio stile.
Il potenziale di Nosferatu, si esprime infatti in tutta la sua magnificenza nella messa in scena costruita dal regista e fotografata eccezionalmente da Jarin Blaschke, che valorizza con il suo lavoro sia i paesaggi spettacolari che gli ambienti interni, cupi e claustrofobici.
Non da meno sono le interpretazioni del cast: da Bill Skarsgård a Lily-Rose Depp, arrivando all’infallibile Willem Dafoe. Un film intrigante e oscuro che fa della propria estetica un atto di poesia e, soprattutto, d’amore verso il cinema stesso.
Le città di pianura

L’Italia descritta da Francesco Sossai in Le città di pianura è erosa in modo irrimediabile. Il Bel Paese è un rudere abbandonato, condannato a essere esclusivamente attraversato e mai abitato. Il film racconta di tre amici e un giovane studente: moschettieri ubriaconi che incontrano casualmente il loro D’Artagnan dopo aver perso ogni scopo e ogni battaglia contro la vita. Dell’Italia da cartolina rimane solo l’ombra della crisi economica che ha lasciato il paese ferito sia nel paesaggio, con tutti i suoi ecomostri abbandonati, che nel tessuto sociale.
Citando sia l’estetica post-Statunitense di Wim Wenders che la scrittura tagliente di Dino Risi, Sossai dirige una commedia nera dai toni dolci e malinconici, mossa da quel tipo di genuina compassione verso i propri protagonisti che solo Kaurismaki e pochi altri hanno saputo catturare. Perché se l’Italia non è più un paese abitabile, i suoi cittadini non sono più abitanti: si tratta di ombre, ricordi di un passato confuso e forse migliore, di maschere costrette ad aggrapparsi a dipendenze pur di andare avanti in questa perenne sbornia collettiva che è diventato vivere nello Stivale.
Una battaglia dopo l’altra

Tra i numerosi autori che si sono fatti spazio sul grande schermo nel 2025 troviamo anche Paul Thomas Anderson che, a distanza di 3 anni dal suo ultimo lavoro (Licorice Pizza), è tornato al cinema con Una battaglia dopo l’altra. PTA dà vita a un mastodontico manifesto cinematografico in cui la lotta rivoluzionaria è la protagonista, e nel quale la lotta politica si trasforma irrimediabilmente in una lotta personale in grado di parlare direttamente del presente americano, nonostante la protagonista non sia l’America di oggi (e questo è chiaro sin da subito).
Una vera e propria metafora di un presente dolceamaro, in cui i protagonisti sono odio dirompente, razzismo sempre più dilagante e una politica ancora più radicale e lontana dagli ideali di un popolo.
Un semplice incidente

Con Un semplice incidente Jafar Panahi segue con la sua macchina da presa una vicenda essenziale, asciutta, fatta di piccoli dubbi che si inanellano uno dopo l’altro fino a formare una storia sul valore politico di nozioni astratte considerate di stampo morale come la vendetta, il perdono, la giustizia e la memoria.
Come i protagonisti che non conoscono il volto del loro torturatore e devono affidarsi ad altri elementi per stabilire la verità, Panahi ci fa procedere a tentoni, rivelando attraverso suoni, spazi d’ombra e rimossi la parzialità del nostro sguardo, così facile da guidare e da ingannare.
Un film fatto per Bene

I mondi anarchici di Franco Maresco incrociano sempre multipli livelli metanarrativi, di storie dentro le storie, evocate e deragliate, finte ma reali, che lo riguardano e lo disperdono allo stesso tempo. Così Un film fatto per Bene parte con l’idea di omaggiare Carmelo Bene, ma si arena presto per un susseguirsi di maledizioni produttive.
Il regista scompare come un’ombra beckettiana persa tra i fili infiniti di opere incompiute, in uno stato catatonico, narcolettico, ma lo è forse più verosimilmente l’Italia, marcia e avariata nella sua viziosa realtà. Maresco scrive il testamento filmico di questo fallimento umano e culturale, in cui l’apocalisse diventa una bergmaniana partita a scacchi della vita, sulla vita, sulla morte (dell’artista) a cui non sappiamo giocare.
Eddington

Se esistesse una classifica per i film più divisivi dell’anno [ndr, esiste, l’abbiamo fatta noi e puoi leggerla qui], Eddington sarebbe sicuramente sul podio. L’opera di Ari Aster infatti, per la sua fine complessità, ha spaccato in due pubblico e critica, radicalizzando opinioni e giudizi. Sembra quasi che, in quest’ottica, Eddington abbia svolto una sorta di atto meta-cinematografico che conferma la tesi che propone: la nostra società è irrimediabilmente divisa e polarizzata.
Attraverso le vicende della cittadina di Eddington, colpita dalla pandemia di COVID-19 nel 2020, Aster ci racconta, meglio di chiunque altro, il nostro tempo mettendo in mostra le nostre ipocrisie e le nostre contraddizioni, fatte di stereotipi ed ebbrezze digitali.
Un film inenarrabile in poche righe proprio per la sua ricchezza di tematiche e di argomentazioni, che merita di essere visto e rivisto per osservare, come in uno specchio, il riflesso distorto del nostro mondo.
Queer

Una storia d’amore raccontata come solo Luca Guadagnino poteva fare: tra oggetti kitsch, misteriose droghe sudamericane, atmosfere surreali, con un Daniel Craig inedito, frizzante e autoironico. Queer, tratto dall’ominimo romanzo di William S. Burroughs, ci accompagna nella vita amorosa di Lee (Craig) e del più giovane Allerton (Joseph Andrew Starkey). La loro frequentazione oscilla tra picchi di passione travolgente e gli improvvisi scatti di freddezza di Allerton, che portano Lee a divenire quasi ossessionato dalla ricerca della verità sui sentimenti del partner.
Personaggi umanissimi – pregi e difetti – che si muovono in un ambiente irreale, squisitamente cinematografico: in Queer siamo sul set di un film anni ’50 girato in Technicolor. Passa dalle vie di Città del Messico alla giungla, mantenendo il ritmo con una colonna sonora che sposa e riflette gli sviluppi della storia d’amore. Ci aveva stregato a Venezia 81, dove aveva portato una ventata d’aria fresca in un festival vagamente piatto, e non ci rimangiamo niente.
Bugonia

Uno sciame di api che nasce dalla carcassa di buoi sacrificati: Bugonia, il titolo dell’ultimo film di Yorgos Lanthimos riprende quest’immagine suggestiva da un mito delle Georgiche di Virgilio, simbolo di rigenerazione attraverso la distruzione, di vita che fiorisce dalle putrescenze della morte.
Una donna di potere a capo di una grande azienda farmaceutica viene rapita da due uomini convinti che si tratti di un’aliena: una premessa asciutta e surreale usata per indagare il complottismo come dimensione psichica e postpolitica, come riflesso di un mondo che ci ciba della sua stessa dissoluzione. Lanthimos usa la macchina da presa come una lama affillata con cui trafiggere i contorni del reale e dissezionarne i personaggi che lo popolano scavando nelle loro paranoie e fobie.
La Voce di Hind Rajab

La finzione ha fallito. Non ci sono immagini che possano raccontare l’orrore del genocidio del popolo palestinese e non è casuale che il film di Kaouther Ben Hania sia prodotto da Jonathan Glazer: il suono dominava La Zona di Interesse e ne La Voce di Hind Rajab il sonoro si manifesta in forma visiva. Le immagini si frammentano, si rispecchiano le une nelle altre, si moltiplicano, depotenziano sui social e creano collage di ritagli kafkiani e tacche sonore che si alzano e abbassano come il battito di un paziente su di un monitor che lo tiene in vita.
Passa l’idea che il mondo sia imploso, che il mondo sia dominato da tortuosi labirinti burocratici nei quali anche chi è in prima linea sia costretto a sopportare l’assurdità dei processi regolati. Le regole hanno fallito, il diritto internazionale ha fallito e la grande narrazione cinematografica rispecchia questo fallimento; come in tutti i grandi film politici – Il dottor. Stranamore (1964), Il caso Mattei (1972), BlacKKKlansman (2018) – il regista sul finale prende atto dell’inefficacia della finzione e si vede costretto a “tagliare alla realtà”. Immagini d’archivio prendono il sopravvento sul cinema, fino a soppiantarlo completamente. Non ci resta in mano nulla se non l’orrore delle immagini svuotate di senso e il suono distante delle onde di Gaza.
Avatar – Fuoco e cenere

A tre anni dall’uscita di Avatar – La via dell’acqua, James Cameron ci riporta su Pandora con Avatar – Fuoco e Cenere, terzo capitolo della sua saga visionaria. Se il primo film era l’introduzione al maestoso e intricato mondo ideato da Cameron, il secondo fungeva piuttosto da fase di passaggio verso una maturazione definitiva. Infatti, in Avatar – Fuoco e Cenere gli scontri tra umani e Na’vi si fanno ancora più consistenti, la trama si stratifica e si incupisce, i personaggi – più reali che mai – fronteggiano i loro demoni interiori.
Nonostante ci sia sempre qualche detrattore, James Cameron offre innegabilmente un’esperienza cinematografica immersiva e stupefacente, vissuta tra i suoni e i colori della natura su Pandora.
Si è scelto di inserire il film in questa lista anche per la portata storica della saga. In un’era in cui le sale patiscono il confronto con lo streaming, Cameron ha sfruttato la pervasività dei contenuti online per spingere le persone a vedere al cinema un film mastodontico, un blockbuster curiosamente di produzione indipendente, che si piega solo alla creatività del suo autore. Ha costruito un mondo immaginario dettagliato e coerente, destinato a evolversi in maniera molto simile all’universo di Star Wars. Negli anni, Cameron ha visto crescere una community di appassionati pronti a rivedere Avatar più e più volte in sala, solo per supportare la produzione dei prossimi capitoli. Un’impresa simile merita e merità in futuro un qualche riconoscimento.
Articolo a cura di NPC MAGAZINE: Rebecca Fulgosi, Olmo Giovannini, Agata Iacopozzi, Sofia Racco, Riccardo Simoncini, Elia Viterelli.
NPC Magazine è la Rivista di critica cinematografica edita dall’Associazione Il Fascino degli Intellettuali. Le ragioni della collaborazione tra Kalporz e NPC Magazine puoi leggerle qui.

