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Radiohead @ Unipol Arena, Casalecchio di Reno, Bologna, 18/11/2025
Il “magico e ordinato caotico” della geniale band britannica
Il nostro Paolo Bardelli vi ha condotto per mano nei misteri, nelle meraviglie e nelle pieghe più intricate del primo dei quattro concerti bolognesi (e, per esteso, italiani) del tour 2025 dei Radiohead, di ritorno sui palchi dopo sette anni e mezzo di pausa: a me, ora, l’onore di portarvi nel “magico e ordinato caotico” del gruppo in quella che è stata la quarta e ultima delle loro serate a Casalecchio di Reno, all’Unipol Arena, palazzetto dello sport bolognese la cui resa sonora di una delle band più attente di sempre a questo aspetto è risultata, considerato tutto, più che buona. In compagnia proprio di Paolo e di Stefano Folegati, kalporziani e radioheadiani di ferro, quello che è il mio secondo concerto di una delle band che più amo – il primo fu quello alle Cascine di Firenze del 2017 – è stata un’epopea magica e gratificante.
La posizione scelta dai miei compagni d’avventura è calcolata nei minimi dettagli: siamo di fronte a Jonny Greenwood, che nel corso dello show si sposterà anche in altri punti del palco circolare disposto al centro del parterre del palazzetto, e siamo a pochi passi anche da Thom Yorke, pure lui in alternanza da un lato all’altro del palco circa ogni tre o quattro pezzi. L’inizio dello show, dopo i dieci minuti circa di “contatti alieni” proiettati dagli schermi della gabbia che inizialmente “protegge” il palco, proprio mentre le luci si fanno fioche e l’attesa si gonfia, è affidato alla martellante “2+2=5”, tesa e scoppiettante, il primo passo “orwelliano” in quel mondo del gruppo che è fatto di turbamenti, di ansie e di disforici aneliti alla ribellione. Thom Yorke e soci, accompagnati in questo tour da un percussionista aggiuntivo, sono focalizzati al massimo sulla performance, vivendola con un approccio fisico e mentale al tempo stesso. Seguono una straripante “Jigsaw Falling into Place” e la sempre magnetica “Airbag”, un’esplosione di rock puro e poetico che ogni volta scatena un tripudio di salti e di grida.
Un’impalcatura sonora magistrale
C’è tanta varietas nello show, e non poteva essere altrimenti, tra pezzi più lenti e lirici e deflagrazioni elettriche o elettroniche d’irresistibile fascino. Un blocco di brani tratti dal magistrale In Rainbows, eseguiti magnificamente e con entusiasmo notevole, è intervallato al suo centro da “Ful Stop”, un pezzo che, come già notato sia da Paolo sia dal nostro Piero Merola nel resoconto dello show del 14/11, sembra esserci anche e soprattutto per la gioia e per la grinta dei membri del gruppo stessi, brano che ovviamente, per inevitabile convergenza d’intenti, fa immergere nel suo pulviscolo quasi psych rock tutto il pubblico, ipnotizzato dal suo incedere crepuscolare. I pezzi tratti da In Rainbows, si diceva, mi sono sembrati eseguiti con particolare trasporto, impeccabilmente “vestiti” dal sestetto sul palco. Thom e Jonny ormai comunicano con un alfabeto nascosto di sguardi e di espressioni del viso: sono faccende per pochi grandi, per chi riesce a capire gli intenti dell’altro con un solo, leggero ammiccamento del volto.
Un sound potente e aggressivo avvolge i momenti più rock, forse i meno “perfetti” dal punto di vista della resa sonora del palazzetto ma anche i più coinvolgenti e infuocati. Non perdo tempo a ribadire una volta ancora che anche questi numeri sono stati performati in modo impeccabile ed entusiasmante: “The Bends” – “un pezzo più vecchio”, dice Thom in italiano presentandola – mette tutti al tappeto col suo straripante vigore, “There There” con i suoi tamburi asfissianti prende alla gola per quanto è vitrea e seducente, “Myxomatosis” è inafferrabile e incontenibile, da sempre uno dei passaggi più roventi delle scalette nelle quali è presente, “Let Down”, il primo brano dei sette totali dell’encore, viene vissuto dal gruppo e dal pubblico come un momento catartico, nonostante o forse proprio per la “spensierata tristezza” che emana il suo testo, “Weird Fishes” corre rapidissima, serpeggiando come un animale raro, e la sinfonia prog-rock di “Paranoid Android”, inamovibile dalle setlist, si manifesta con un bagliore esaltante. Quando arrivano i classici degli Anni Novanta, ovviamente, il pubblico risponde con particolare energia, ma anche i brani di Kid A, di Amnesiac e di In Rainbows vengono salutati dagli spettatori con boati clamorosi. Ciascuno dei sei performer è necessario e cruciale alla costruzione sonora che s’incarna davanti a noi. Chiacchierando con Paolo e con Stefano subito dopo la conclusione dello show si notava quanto significativi risultassero tutti i membri del gruppo, ognuno di essi al timone di una funzione ficcante e decisiva nell’intelaiatura definitiva dello spettacolo.
Non ci sono picchi quando tutto funziona
In un concerto del genere e di fronte a un gruppo del genere parlare di picchi è difficile. Tutto funziona a meraviglia e la band sul palco è in forma smagliante. “Pyramid Song” è semplicemente sensazionale e il momento più misterioso e onirico della serata: il sospiro trattenuto del pubblico dall’inizio alla fine “registra” il misticismo e la meraviglia che il brano edifica grazie al suo tempo dispari che crea un andamento irregolare e zoppicante e al suo testo che travalica i millenni: Jonny, come sempre, inizia pizzicando le corde della chitarra con un archetto per poi passare a un arpeggio e a una serie di accordi appena accennati e ambiguamente cadenzati, mentre i vocalizzi sempre più immersivi di Thom fanno precipitare tutti in un universo di simboli e di presagi inquietante e sublime. “Exit Music” e “Street Spirit”, eseguite una di seguito all’altra, sono magniloquenti e al tempo stesso precarie nel loro labile ed elegante equilibrio e nella loro drammatica e cinematica profondità.
Da Hail to the Thief viene proposta anche “Sit Down, Stand Up”, potentissima, durante la quale Jonny e Thom sembrano indemoniati, creando intorno al loro corpo e intorno ai loro strumenti un attorcigliarsi di movimenti e di ritualità che sembrano risvegliare gli spiriti: la sua compatta e spinosa outro investe gli spettatori come un’onda improvvisa anche grazie all’apparato batteristico e percussivo magniloquente. Un altro momento graffiante e poderoso dal punto di vista sonoro è stato, come si diceva poco fa, “Myxomatosis”, altro tassello di Hail to the Thief, che risulta uno dei passaggi più aggressivi e sanguinosi della scaletta, mentre un Thom invasato si dimena sul palco incrociandosi ripetutamente con Jonny e con Colin, concentrati e quasi ipnotizzati dal magma di note e di vocalizzi che s’intersecano tra di loro. Intriganti e quasi psicotropi sono stati gli episodi di “You and Whose Army?” e della più docile – ma solo in apparenza – “Separator”, con Thom che si concede anche qualche balletto liberatorio e sincero.
Emozione, gratitudine e necessità
Anche la pulviscolare e immaginifica “Present Tense”, con le sue sinuose e raffinate strutture melodiche e ritmiche, costituisce un momento straordinario dell’encore. Il contributo dell’impianto di Chris Vatalaro è minimale ma profondamente intricato e significativo, ben levigato intorno alla palpitante batteria di Philip Selway e alle eleganti linee di basso di Colin Greenwood che, a seconda del brano, potevano suonare pungenti o sussurranti, e anche il contributo della chitarra di Ed O’Brien è sempre fondamentale nella sua essenziale e misurata eleganza. Incalzante e positivamente pastoso, la mixis sonora dei vari strumenti e della voce di Yorke arriva limpida e chiara.
Due gemme di Kid A come “Optimistic” e “Idioteque” sono eseguite con religiosa precisione, entrambe vissute dal gruppo con particolare intensità e partecipazioni. Nell’encore spiccano ancora una lisergica e cullante “Let Down”, il groove danzereccio e diversamente romantico della splendida “Weird Fishes”, l’alienazione bulimica di “Paranoid Android”, come al solito eseguita magistralmente, e la chiusura destabilizzante di “Everything in Its Right Place”, dove il fitto dialogo tra la chitarra e i loop di Jonny Greenwood e la voce e il synth di Yorke diventa una rincorsa nel buio che sembra mimare il battito cardiaco. Trova spazio in questo blocco, oltre alla sopraccitata “Present Tense”, anche la dolce b-side “The Daily Mail”, con Yorke al pianoforte a danzare sulle note con le dita e la voce.
Quello che resta di una serata perfetta come questa è in primis un forte senso di gratitudine. Quello che ancora ci serve, in questo mondo sempre più frammentato e scollato, è la certezza di poter provare a comprenderlo – o quantomeno ad ascoltare le sue ferite – con le giuste frequenze e con le giuste parole, quelle che Yorke, Greenwood e soci hanno sempre cercato di raccontare da quando sono in circolazione. La resa sonora dell’Unipol Arena in questa quarta e ultima serata della residence dei Radiohead, come si diceva sopra, è stata più che buona e, a giudicare dagli amici che già erano stati al concerto di venerdì, persino migliorata rispetto al primo appuntamento. Avrebbe dato una potenza e una profondità di suono maggiori un teatro – ça va sans dire che al Teatro Regio di Parma, dove avevo assistito al concerto degli Spiritualized proprio due sere prima, la qualità sonora sarebbe stata superiore – ma, considerati un palazzetto come quello di Casalecchio e il palco circolare al centro del parterre, meglio di così davvero non poteva andare.
Sulla strada di casa, ripensando alla meraviglia cui avevo appena assistito, mi rendevo conto che forse quello che più di ogni altra cosa mi aveva colpito, persino di più della cura sonora che il gruppo sa costruire anche dal vivo, della maestosità tecnica di quei musicisti e della grandezza di quelle canzoni, è aver visto sei persone su un palco che si divertono ancora e che hanno voglia di sfidare ulteriormente i propri limiti con una “fame” di musica pressoché indomabile. Senza avere un nuovo album da promuovere, senza offrire rivoluzioni, per fortuna, senza dar vita a una reunion che fosse solo lacrime e nostalgia – la pausa dalle scene dei Radiohead, in fondo, non è stata neppure troppo lunga – come forse è quella degli Oasis, che però non ho avuto la possibilità né la voglia di esperire, la band originaria dell’Oxfordshire è sempre in grado di lasciare le persone che ha di fronte, anche quelle che li hanno visti dal vivo una dozzina di volte, a bocca aperta come un bambino che vede per la prima volta a dieci anni la neve: grazie!

(Live report, foto e video di Samuele Conficoni)

