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Trump e l’appropriazione grottesca della musica popolare
Donald Trump sta scendendo dal palco della Convention Repubblicana del 2016.
Alza il pugno al cielo. Per un secondo sembra usarlo per nascondere quel ghigno beffardo che di lì a poco sarebbe stato stampato su milioni di magliette, tazze e cartelloni. Ha appena parlato di sicurezza nazionale, di frontiere, di “ripulire” l’America dai suoi nemici interni. Ha promesso al pubblico che “l’era dell’America debole stava finendo”. Nell’afa opalina di Tulsa, Oklahoma risuonano le note di “You Can’t Always Get What You Want” dei Rolling Stones. È un sogno grottesco dai bordi estremamente vividi, in cui un brano sulla frustrazione esistenziale viene trasformato nell’inno trionfale dell’appropriazione senza consenso. Eppure si tratta tutt’altro che di una scena originale per le pratiche politiche statunitensi: Reagan con “Born in the U.S.A.”, i democratici che sventolano “Don’t Stop” dei Fleetwood Mac e i repubblicani che riciclano Neil Young ad ogni uscita pubblica. La musica popolare rubata, deviata e infine rivendicata dall’enclave. Anche in questo caso Mick Jagger e compagni protestano, ma l’immagine resta impressa nella mente comune: una rappresentazione teatrale in cui il mainstream diventa scenografia dello stesso potere che negli intenti avrebbe voluto contestare.
Dopo la catastrofica stagione musicale post-11 settembre, in cui l’illusione di un nuovo impegno artistico si era rapidamente dissolta in produzioni insipide e slogan vuoti, l’America del primo Trump si trova davanti a un dilemma: come raccontare un’epoca che sembra superare qualsiasi forma di parafrasi?
Il problema cardinale della musica esplicitamente di protesta è che rischia di diventare datata, moralistica, o peggio ancora stucchevole. Gli inni generazionali non si scrivono a tavolino: nascono perché, in un certo momento, risuonano con una comunità e una cultura. Pop Smoke non aveva certo previsto che Dior sarebbe diventata il canto non-ufficiale del Black Lives Matter; eppure, nella spontaneità di quelle marce scandite a cappella c’era più politica che in mille tentativi programmatici di scrivere la canzone del movimento. Il mainstream, per antonomasia, cerca un suono unico da omologare e vendere, sfruttandolo fino all’osso. La politica, in questo processo, diventa un effetto collaterale da cavalcare o neutralizzare. Ma la musica più interessante di quegli anni, pre-Covid, è rimasta altrove: in una costellazione dispersa di album che hanno raccontato paure, fratture, illusioni e rabbie di un’America in disfacimento.
Joey Bada$$, Kendrick e la resistenza quotidiana
Da una parte c’è la paura sistemica: la consapevolezza di una violenza insinuata nella propaganda al veleno che non si limita a minacciare, ma plasma la vita quotidiana delle minoranze. Pur non risparmiando diverse F-Bomb dirette al neo presidente, Joey Bada$$ con All-Amerikkkan Bada$$ (2017) non scrive un disco “contro Trump”, ma uno sul sopravvivere nell’America che non ha mai smesso di essere ostile ai corpi neri. L’album suona come un atto di resistenza calma e lucida, non urlata, quasi pedagogica, e proprio per questo devastante. Non è un album di slogan né di grandi proclami: è piuttosto un manuale, un prontuario di sopravvivenza scritto da un ventenne di origini caraibiche che si muove nella tradizione del rap come strumento comunitario. Se Kendrick Lamar aveva già raccontato il trauma collettivo con un linguaggio quasi biblico, Joey propone una lezione di vita quotidiana con chiarezza quasi scolastica. Oggi più che mai To Pimp a Butterfly (2015) e DAMN. (2017) risuonano rispettivamente come vangelo e confessionale afroamericano. Il secondo è un incubo granitico che si apre con il vergognoso sbotto di FOX News “Hip hop has done more damage to young African-Americans than racism in recent years”. Dietro alla volontà sensazionalista del peggior tipo di giornalismo si nasconde un solido meccanismo con cui i media conservatori tentano di delegittimare la voce stessa della comunità nera. Joey prende quella lezione e la trasforma in tono didattico: la sua musica non vuole colpire con un urlo, ma con la chiarezza della spiegazione. La vulnerabilità diventa il centro, l’ansia corrosiva la materia prima. Trump è il sintomo, non la malattia. È la manifestazione più visibile di un sistema che marchia alla nascita, che decide chi sei ancora prima che tu possa autodeterminarsi. Una realtà che permea pesantemente nell’atmosfera cristallizzata delle tracce, con beat levigati e melodici che gradualmente mutano, come se prendessero coscienza degli stessi testi che li sovrastano. È proprio questa frattura tra la dolcezza della superficie e l’amarezza del contenuto a renderlo un disco fondante di quei primi anni. È l’immagine di un’America nera capace di costruire un archivio di resistenza quotidiana, ma collettivamente consapevole e stanca.
Dalla ‘satira’ di Father John Misty alla furia di JPEGMAFIA: un’America in frammenti
Quella stessa parola – consapevolezza – diventa il filo che lega le voci di mondi apparentemente lontani. Un un lento risveglio dal torpore e la scoperta traumatica di non essere immuni dal fallimento. È la voce dell’America bianca progressista, quella di Father John Misty, con Pure Comedy (2017), scava nella sua coscienza sociale: l’album è un requiem ironico per una civiltà che si crede illuminata mentre affonda nella sua stessa ipocrisia. La sua scrittura è da cabaret decadente, un ibrido tra Elton John e Randy Newman, con arrangiamenti grandiosi che sembrano voler mascherare la pochezza morale che racconta. I testi parlano di un’umanità che ride mentre sprofonda, di una Silicon Valley convinta di poter risolvere ogni cosa con un algoritmo, di un’America liberal che ama definirsi costantemente “dalla parte giusta della storia” ma è incapace di vedere i propri fallimenti. Brani come “Things It Would Have Been Helpful To Know Before the Revolution” sono veri trattati sull’impotenza travestiti da satira. La sua ironia non costruisce alternative, non offre soluzioni: smaschera e basta. E proprio per questo Pure Comedy è un disco ambivalente, in cui l’ascoltatore può tanto ridere quanto sentirsi accusato. Misty non ha paura di prendersi gioco anche di se stesso, del ruolo dell’artista come intrattenitore che pretende di “capire il mondo”.
Jason Isbell, con The Nashville Sound (2017), completa questa riflessione. Abbandona il sarcasmo e opta per una malinconia diretta, radicata nel Sud che proprio in quelle ore ha votato in massa per Trump. Le sue canzoni raccontano il senso di colpa e di impotenza di chi vuole salvare qualcosa della tradizione americana senza lasciarla del tutto alle retoriche populiste. Dove Misty ride amaro della civiltà globale, Isbell piange per la sua comunità locale. Entrambi, però, sono sintomi dello stesso fallimento: il progressismo bianco che non riesce a trasformare la propria indignazione in un progetto politico coerente. Se Joey raccontava l’America come un campo di battaglia quotidiano, Misty e Isbell raccontano l’America come un salotto intellettuale in fiamme.
Le fiamme, appunto.
Perché dietro al lirismo ricercato c’è la rabbia, quella vera, senza mediazioni. Artisti che alla riflessività di classe hanno preferito la via della radicalità sonora. Gli Irreversible Entanglements incarnano questa scelta estrema: la loro fusione di hard jazz e spoken word è un’esperienza fisica, a tratti cacofonica ma liberatoria. È musica che aggredisce, colpisce al petto con ogni nota. Una linea diretta con il free jazz militante degli anni Sessanta e Settanta (Amiri Baraka, Art Ensemble of Chicago, etc) in cui la rabbia non è storicizzata: è immediata, corrosiva, senza mediazioni intellettuali. È un atto politico nel suono stesso, che rifiuta qualsiasi accessibilità. L’ascolto diventa una forma di resistenza: se riesci a reggere, sei parte della lotta. Una radicalità binaria che può e deve esistere, espressa senza prendere prigionieri. JPEGMAFIA, con Veteran (2018), porta questa evoluzione in un altro territorio. Il suo rap cyberpunk, rumoroso, ironico fino alla crudeltà, è la traduzione perfetta di un’America che ormai vive più nei meme che nelle piazze. “Baby I’m Bleeding” non denuncia semplicemente: deride, devasta, implode, trasformando la politica in un flusso di immagini deformate. Non risparmia nessuno: né i razzisti dichiarati, né i liberal condiscendenti. Peggy usa il linguaggio stesso di Internet – glitch, campionamenti assurdi, tagli improvvisi – come arma politica, costruendo un mondo in cui anche l’ironia diventa una forma di violenza. Sono due poli all’apparenza sembrano lontanissimi, in grado di raccontare la stessa cosa: la scelta di non cercare consenso. C’è la precisa volontà di costruire zone d’ascolto impossibili, che rifiutano di essere assimilate dal mainstream. Sono esperienze che dividono senza prendere prigionieri in cui o resti dentro, soffocato dal suono, o sei escluso del tutto.
Ciò che emerge è frammentazione: tantissime voci, nessuna egemone. In questa dispersione c’è forse l’unica vera rappresentazione di quegli anni: un paese che non riesce a parlarsi, che vive bolle separate di dolore, ironia, rabbia, paura. Il risultato? Nessuna “We Shall Overcome” del XXI secolo, ma un’emersione autentica e spontanea di ciò che le singole schegge rappresentano. Per ogni scialbo e autoproclamato inno anti-Wall Street scritto dai Nickelback e pubblicato da una major con relativo videoclip da centinaia di migliaia di dollari, esiste una Dior urlata dai manifestanti nelle strade. Riascoltata oggi, la musica di quegli anni non è l’eroico canto di protesta, ma un coro dissonante che racconta la fine dell’illusione di un’unica America. Non esistono ritornelli da sventolare, ma un archivio emotivo impossibile da ridurre ad un singolo slogan.
(Marco Cella)

