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Un R&B maturo ma divertito e un approccio cantautorale profondo e appassionato
Con il suo sophomore album Dijon, una delle nuove star della scena musicale statunitense, colpisce nel segno: un R&B maturo ma divertito si fonde con un approccio cantautorale profondo e appassionato che danno vita a un album intenso e poetico. È una crescita netta e per certi versi sorprendente quella che lo ha portato dal patchwork originale ma ancora un poco acerbo del suo debutto Absolutely di quattro anni fa a questo Baby, un’opera molto più sfaccettata e minimalista nella scelta dei suoni e dei ritmi.
Postmoderni e a tratti un po’ barocchi, lo stile e la delivery del performer e produttore originario del Maryland in questo Baby possono riecheggiare alcuni dei migliori passaggi del Frank Ocean più elettr(on)ico saldati agli impulsi maggiormente innovativi e ipnotici di un certo hyper-pop che flirta coi sottogeneri cloud e lo-fi del rap contemporaneo. È un lavoro estremamente apprezzabile non solo per queste scelte stilistiche, per nulla banali e declinate con gusto e con raffinatezza, ma anche per come la scrittura di Dijon si mostri evoluta, stratificata e perfettamente compatibile con l’etereo tappeto sonoro che la completa, il cui merito va ampiamente ascritto alle eccelse abilità del chitarrista Michael Gordon e degli altri eccellenti collaboratori di Dijon, tra cui figurano Andrew Sarlo e Henry Kwapis.
I primi episodi del disco evidenziano immediatamente questo approccio diretto e sfrontato che è, però, al tempo stesso ragionato e sapientemente organizzato. L’apertura di “Baby!”, con le sue derive oniriche e sinuose costruite dall’approccio vocale e dall’arrangiamento, stende da subito uno dei principali fils rouges dell’opera, la celebrazione della vita di Dijon con la propria partner e il suo punto di vista su cosa significhi diventare padre. Nelle successive “Another Baby!” e “Higher!” queste riflessioni assumono un valore sempre più universale: l’incedere dei loro ritmi – più frenetico sin dall’inizio nella prima; in crescendo, grazie a una climax rovente, nella seconda – sembra far eco alla necessità di Dijon di esternare con sincera meraviglia tutto ciò che queste esperienze gli stanno regalando.
Un album coerente e pregevole dove fonti di ispirazione diverse convivono
Le chitarre e i beat riverberati creano intorno a molti dei pezzi una sorta di velo seducente e intrigante, reso talvolta particolarmente tagliente dagli ulteriori effetti che in alcune composizioni vengono inseriti nella voce e negli strumenti e da rumori, vibrazioni e frequenze che rendono molti dei pezzi, come lo sconquasso sonoro di “Fire!” o la dolce e dinamica ballata con impressioni à la Prince “My Man”, ancor più movimentati e sorprendenti. L’approfondita cura degli arrangiamenti è uno dei grandi meriti di questo disco, che fa del suo pulsante andirivieni tra momenti di pulizia sonora totale e passaggi più distorti e lo-fi una dichiarazione di poetica netta. Le traballanti emozioni che permeano la romantica “Rewind”, costruita intorno a una vibrante chitarra acustica e a una performance vocale totalizzante e veemente di Dijon, sono costellate, nella sua seconda metà, da feedback e da distorsioni spiazzanti, mentre l’immacolato pattern sonoro e ritmico di “Yamaha”, una gemma pop dalla melodia angelica e dall’arrangiamento soave, procede spedito come un treno, regalando uno degli episodi pop e R&B più attraenti dell’anno, mentre il suo autore, con tono sincero e delicato, afferma «Baby, I’m in love with this particular emotion / Can you see me in this particular emotion?».
Proprio questo gioco nel costruire varie tipologie di suoni e di ritmi e nel giustapporli con cura e con gusto in una cornice coerente e sapientemente modellata rimanda sia alle fonti d’ispirazione cui Dijon ha guardato nel creare quest’opera sia al suo percorso artistico più recente. In Baby sono evidenti le influenze di Prince, D’Angelo e, soprattutto, Frank Ocean, e il modo in cui le composizioni che costituiscono il disco si intrecciano e si susseguono l’una dopo l’altra non può non ricordare alcune delle transizioni di Endless o di Blonde, mentre le variegate e stratificate soluzioni strumentali e ritmiche del disco non possono non rimandare alle lezioni di giganti come Prince e come D’Angelo. La collaborazione con Justin Vernon in un pezzo, “Day One”, dell’ultimo disco dei Bon Iver, Fable, Sable, ha certamente avuto il suo ruolo nel costruire percorsi vocali così fortemente intrisi di emozionalità e di fragilità.
Il ritmo di molti di questi brani sembra avere la sua origine nel funky e nel soul, un aspetto che non viene nascosto dagli arrangiamenti e dalla scrittura dei brani stessi, i cui stili, atmosfere e generi vanno dall’R&B al pop più strettamente contemporanei. La costruzione del disco è particolarmente efficace sia negli approcci vocali sia nelle scelte di costruire il disco con questi brani e con questa sequenza, in un movimento centrifugo di emozioni e di idee che passa da momenti esplosivi e vulcanici a passaggi più meditativi e dolci. Si pensi alla transizione che collega il magma intricato di “Fire!” alla breve e avvolgente “(Referee)”, che da un inizio soave e tranquillo diventa in pochi secondi un torrente in piena, che sfocia, a sua volta, nella esaltante “Rewind”, anche questa una ballata costruita con una climax particolarmente efficace che, nel corso delle interessanti riflessioni che pone, si accende con forza quasi all’improvviso per poi ritornare in una dimensione più quieta. La voce di Dijon passa da momenti in cui è più ruvida a momenti in cui è soave e dolcissima. Anche il trittico finale mostra con estrema evidenza tutti questi pregi: a farla da padrone in “Loyal & Marie” e in “Automatic” sono la frenesia e la sicurezza con cui voce, testo, ritmo e strumenti si intersecano tra loro con potenza e con grazia, mentre in “Kindalove”, che chiude il disco, l’arrangiamento e la voce rappresentano una sorta di antifona alla dolcezza del testo, mentre Dijon canta «When I had troubled mind / She made me feel peace, kind of love» avvolto in una nube di suoni pregevole e ipnotica. La natura confessionale e introspettiva di gran parte del disco si coniuga egregiamente con questi approcci sonori e tutto ciò rende Baby uno dei dischi più riusciti dell’anno.
82/100
(Samuele Conficoni)

