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Olivia Rodrigo, 15 Luglio, Ippodromo San Siro, Milano.
Lo scontro, o almeno l’incomprensione generazionale è un fenomeno normale, fisiologico.
È un dato di fatto: durante l’adolescenza e negli anni successivi siamo pienamente dentro ad un corridoio fatto di contemporaneità, di ciò che sta succedendo in quel momento, vediamo il mondo evolvere e come chi è bravo sullo skate affrontiamo ogni percorso, ogni salto, ogni curva con facilità ed entusiasmo. Il presente è il nostro.
Fino ad un momento, che può arrivare presto o più tardi, in cui il presente ci diventa un attimo più incomprensibile, sembra essere per la prima volta non attraente e a volte pure peggiore, se non spaventoso.
È in quell’esatto momento, proprio lì, nella prima volta che diciamo “ai miei tempi” “i giovani d’oggi” “tempo un anno e questo fenomeno è finito” e tutta questa serie di frasi fatte che ci stacchiamo dal gancio con il presente, cadiamo con il nostro skate, ci mettiamo a guardare, non siamo più attori protagonisti o almeno non lo siamo nel ruolo di chi assiste al presente.
Ora: leggere i commenti di certa stampa a metà tra generalista e specializzata, generalmente positiva, sulla serata che ha visto protagonista Olivia Rodrigo (e non solo, ci arriviamo) all’Ippodromo di San Siro è un pò come ritrovare quel tipo di racconto.

Di chi inserisce facilmente il passato in Disney, l’ascesa attraverso Tik Tok, di chi parla della scelta su come vestirsi di una quota (importante) di pubblico, degli amori giovanili raccontati, di tutti questi elementi come un ombrello che possa contenere molto, se non tutto, di questo live e, in generale, del percorso musicale di Olivia Rodrigo.
“Son ragazzi, ma questi ci piacciono” in sostanza.
E allora partiamo da qui, ci inseriamo dritti in questo punto della narrazione: no, non sono ragazzi, non è che ci piacciono, in sostanza, perché maneggiano gli strumenti del rock e del pop in una chiave comprensibile e quindi chiara anche a chi di anni ne ha il doppio o più.
Sarebbe un modo banale di raccontare, quello: è il modo in cui gli adulti raccontano i ragazzi.
Li giudicano, li guardano, ne parlano: ma non lo sono, giovani.
Chi scrive questo report si è imbattuto un giorno in “Vampire”, primo estratto dal secondo album della nostra e si è fermato: una perfetta traccia di tre minuti, come si diceva una volta, capace di partire voce e pianoforte e nel giro di un paio di minuti diventare una esplosiva hit da cantare a squarciagola e che riesce a contenere dentro più idee e suoni di tutte le canzoni che abbiamo sentito dentro all’ultima edizione di Sanremo.
Non è un buttarla in caciara: è una osservazione, uno sguardo alla scrittura musicale, alla produzione e non senza avere studiato come la nostra scriva tutto per conto suo, insieme, sin dal primo giorno, ad un allora sconosciuto musicista e produttore, Dan Nigro (oggi ovviamente ben più quotato).
Quello è il team in cabina di produzione, quello è quello che esce sul palco: un’ora e mezza di canzoni, senza coreografie, effetti speciali, post produzioni o qualsiasi artificio possa supportare un pubblico che cerca intrattenimento, mentre qui si cercano emozioni.
E allora, passo indietro, sì, certo che il contesto è quello degli IDays, siamo in un polveroso ippodromo, i volumi sono alti ma non altissimi e certo che intorno c’è tutto quello che sono i token, i pit, gli sponsor grossi (dalle banche alla Coca Cola a Nintendo agli imbarazzanti dj set di certe note radio commerciali senza personalità né coraggio) : certo che c’è tutto questo.
Ma se lo spogliamo, isoliamo le orecchie e ci guardiamo intorno, vediamo quello che vede un pubblico agganciato al suo skate, nei suoi 15, 20, 25 anni, nel pieno del suo presente.
Vediamo 27 mila persone serene, prima, che sanno emozionarsi in maniera completamente inaspettata (per chi scrive) per una (buonissima, sempre per chi scrive) esibizione dal vivo della norvegese Girl In Red, che interpreta con passione il ruolo della rocker affermata.
Che salta, che fa stagediving sul pubblico, che spinge in alto volumi e chitarre, alla sua prima volta in Italia (!) e che centra in pieno l’obiettivo di farsi amare da un pubblico che la conosce e in qualche caso, grazie ragazze dietro di noi, sembra averla eletta a idolo totale: non è raro guardarsi intorno e vedere diverse persone conoscere ogni parola di ogni canzone con l’emozione e la commozione che si riserva all’idolo più grande della propria esistenza.
Sorprendente e promossa, insomma.
Da una sorpresa positiva ad un giudizio più tiepido: le Wet Leg.

Arrivate proprio da poche settimane al secondo disco, le nostre due (con già una piccola hit al primo giro come “Chaise Longue”) ci provano e fanno tutto egregiamente sul palco.
Con una sensazione che ad un certo punto appare: l’idea che sia un gruppo che in piccolo club pensi possano diventare grandi e che su un grande palco pensi che fatichino a reggere.
Non manca niente: il tiro, la presenza, i suoni.
Sono diverse canzoni però a rivelare una scrittura troppo leggera ed elementare e quella cosa lì bisogna saperla fare, ad esempio i The National ci hanno insegnato che con tre strumenti e quattro note puoi costruire una canzone che ascolterai per tutta la vita, ma non sembra essere il caso delle sorelle inglesi.
Che vengono comunque apprezzate ma di cui si comprende un livello di entusiasmo minore rispetto all’artista precedente e questo è strano in generale, ancora di più in un popolo, quello italiano, normalmente allergico a chi suona prima dell’artista principale e che invece stavolta è presente e concentrato, anche grazie, bisogna dirlo, alla prossimità con cui sono stati scelti gli artisti di supporto.
E dunque, con il consueto ritardo di venti minuti rispetto alla timetable ufficiale comunicata (dobbiamo sempre sembrare persone strane ai tanti stranieri abituati diversamente) dell’artista principale dobbiamo parlare.
L’artista della gen z, viene spesso raccontata sulla stampa mainstream italiana, prima e dopo il concerto milanese.
Come a dire: piace ai giovani, ve la spieghiamo.
E lo fanno in maniera sbagliata, spiace dirlo.
Lo fanno spiegando che c’è un pubblico di ragazze giovani, di dodici, quattordici, diciotto anni, che ci sono gonne e magliette viola, cappelli e fasce e braccialetti.
Che ci sono lacrime al sapore di pianoforte e urla collettive, echi di chitarre ben più ruvide di come si potrebbe pensare (d’altra parte la primissima traccia nel primo disco di Olivia è Brutal, per chi se lo fosse perso).
E che si parla di emozioni, amori, tradimenti, gelosie e tutto quello che è l’adolescenza, in qualunque generazione.

Tutto vero, ma manca qualcosa nel racconto.
Manca perché molti di quei report sono di adulti che scrivono di musica e costume, che mettono sullo stesso piano entrambe quelle parole, come se il “far ballare 40 mila persone” sia qualcosa di valoriale, come se i numeri, i sold out, i record di pubblico o i flop siano elementi rilevanti.
Come, infine, mi permetto, se il valore numerico di un concerto sia parallelo al giudizio che puoi dare ad un live.
E si perdono così quella che è la realtà.
Che se riusciamo a spogliare tutto quel live, diciannove più una canzoni (ci arriviamo) delle emozioni, del cantare collettivo, del caldo attorno, se riusciamo ad attenuare il volume di tutto, ecco che troviamo quello che cerchiamo.
Troviamo il motivo per cui persino da noi, persino in Italia (e infatti non è sold out, non è rito collettivo, è solo un evento grande) questa tizia riesce a fare accadere qualcosa di magico, con tutti i se del caso, ovviamente.
Ed è la completa onestà nella scrittura, nella rara capacità di catturare l’energia della giovinezza, nello spogliare di quasi ogni orpello, solo qualche video sullo sfondo e poco più: per il resto è una (ottima) band rock completamente al femminile sul palco.
Che accelera, si ferma, riparte.
Che riesce a fare serenamente divertire (Bad Idea Right, Obsessed, All American Bitch) e che riesce a togliere di tanto in tanto il fiato, magari al pianoforte, magari alla chitarra, al nudo di tutto il resto, di quello che è un grande palco, un grande festival, un pubblico che ha fatto la coda dalla mattina, di quelle assurde discussioni dei grandi (la potenza della scenografia, il numero di note raggiunte, la stessa longevità come punto di merito).
E se sono diversi i momenti di semplice bellezza musicale, di pura accessibilità pop e di elementale energie rock, c’è ovviamente un istante, un frammento che fotografa tutto.
Ed è “Lacy”.
Una canzone che non ci doveva essere, perché qui siamo comunque dentro a produzioni di livello mondiale, di scalette al millimetro e quella “Lacy” dalle scalette ultimamente era sparita, proprio mentre il fan club italiano aveva invitato tutti a esporne un cartello con “you are made of angel dust” (tu sei fatta di polvere di angelo) nel momento in cui l’avrebbe cantata, citando un verso della canzone.
Così l’idea, esporlo durante un’altra ballatona lenta (enough for you) e poi chiederla, Lacy, a gran voce.
“I’m listening” dice, in quel momento.
“Mi pare di avere capito che vorreste sentire un’altra canzone” dice alla fine del concerto, quando le scintille come di fuoco si sono già posate sul palco, quando le parole grazie e arrivederci sono già state dette, quando le luci si sono spente.

E quando, forse è il desiderio più che la realtà, sembra che almeno intorno, finalmente il pubblico resiste alla tentazione di cantare a squarciagola e lascia dissolvere per un attimo il rito collettivo, l’ovvio video di circostanza e tutto quello che è un evento di questo tipo.
E in quel momento, luci spente, solo voce e chitarra, in un polveroso ippodromo, Olivia Rodrigo ha scelto di uscire di nuovo e farla, quella canzone, fuori scaletta.
Durante il concerto ha detto che “suonare musica e ancora di più scriverla è la cosa che amo di più al mondo” e andando a curiosare un po’ in rete si scopre come “Lacy” sia la prima canzone di cui Olivia ha scritto prima le parole rispetto a tutta la parte musicale, partendo da una poesia scritta per raccontare le sensazioni di una giovane ragazza, del proprio corpo e del proprio crescere.
Là in aria, sospesa tra sudore, lacrime e zanzare era possibile cogliere tutto: certo che siamo dalle parti musicali di una (ottima) cantante pop, con una spiccata energia che guarda a certe rocker degli anni novanta prima e duemila dopo, certo che siamo in una dimensione dei vent’anni, che è l’età l’età del pubblico e dell’artista stessa.
Ma lì dentro ci sono emozioni e paure e sfrontatezze non di chi cresce oggi, ma di tutti noi.
Solo che ce lo dimentichiamo.
Solo che quando ci accorgiamo di essere caduti dallo skate, per la prima volta, lo gettiamo e non lo guardiamo più, lo mettiamo in un garage e tanti saluti: è uno sport scemo e da ragazzini, diciamo.
E mettiamo in ombra quel periodo della vita che abbiamo vissuto, ci ha formato, sconvolto e donato nuova forma.
E al momento, in questo preciso istante, Olivia Rodrigo è in purezza un perfetto racconto dell’adolescenza prima e del passaggio all’età adulta poi.
Che si presenta sul palco e suona e canta, che va in studio e scrive e suona e che parla a chi vuole ascoltare, qualunque età abbia.
Senza un noi, un voi, un loro.
Peccato sia già così grande, già da subito.
Bello che sia già così grande, in poco tempo.
È segno di quelle emozioni che se ne stanno sospese in aria e quando qualcuno ha il dono per renderle chiare e accessibili a tutti, arrivano gli stessi battiti del cuore, le urla, i salti, le lacrime e tutto quello c’era in quella serata a Milano, in quel polveroso ippodromo.
