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Beyoncé, Cowboy Carter Tour, Paris, Stade de France, 21/06/2025
Uno spettacolo sfaccettato e scoppiettante conquista dall’inizio alla fine il pubblico tra impegno politico e festa sfrontata e liberatoria
[Tutte le foto presenti nell’articolo, escluse quella in alto e l’ultima scattate da me, sono tratte dal profilo Instagram ufficiale di Beyoncé. Potete trovare qui la scaletta.]
Due ore e quaranta minuti di puro spettacolo e di grande musica con una scaletta di una quarantina di brani: sarebbe questo il resoconto più rapido e diretto che si può scrivere del Cowboy Carter Tour, il pirotecnico show che Beyoncé ha costruito intorno al suo ultimo disco pubblicato lo scorso anno, che ha rappresentato la discesa della regina del pop-soul-R&B statunitense in un genere musicale che per tradizione – ma in realtà più per una noiosa abitudine e per una serie di semplificazioni ormai superate – associamo ai bianchi, e che diverse artiste nere, tra cui la stessa Beyoncé, avevano parzialmente già esplorato in passato. La tournée creata intorno a Cowboy Carter è uno spettacolo variegato e travolgente che esplora la storia e i valori fondanti della cultura statunitense black senza fronzoli, analizzata e riletta con la tenacia e con la convinzione di chi sa di avere già vinto la partita.
Sabato sera ho assistito alla seconda delle tre tappe parigine di questo tour, che seguono le sei londinesi e quelle negli States, luogo dove presto Bey tornerà per un altro pugno di show. Ne sono uscito con un forte senso di gratitudine: uno spettacolo così lungo e pirotecnico che non ha nulla di superfluo è il giro d’onore più sensazionale che Bey potesse concedere a sé stessa e al suo pubblico. Le splendide coreografie e scenografie, le danze furiose e studiate nei minimi dettagli, le meraviglie sceniche e gli intriganti contributi visuali sono un fondamentale completamento, una sorta di continuazione ideale, della sua musica, come la star aveva già dimostrato nei visual album Beyoncé e Lemonade. E, lo sappiamo, Beyoncé è anche un’icona di stile, e l’immaginario di Cowboy Carter aleggia ovunque tra noi: in mezzo allo sciame che popola lo Stade de France si vedono tanti cappelli e stivali da cowboy e diversi outfit ispirati al caldo e torrido Far West, molti dei quali “aggiornati” al nostro millennio. Non è un caso che il Guardian abbia notato come in UK la “cowboy fashion” è divenuta un “new national dress code” proprio nei mesi che hanno preceduto gli show londinesi di Bey, con un notevole aumento delle vendite di cappelli e stivali.

Chi dice che tutto questo sia “soltanto” l’ennesimo concerto pop si sbaglia di grosso: c’è qualcosa di religioso e di spirituale nell’attesa emozionata con cui il pubblico si prepara all’evento, e la comparsa di Beyoncé sul palco confermerà e addirittura aumenterà questa sensazione. Non siamo neppure di fronte a certi carrozzoni nazionalpopolari che offrono molte altre popstar: chi, infatti, segue e apprezza Beyoncé sa che, soprattutto negli ultimi quindici anni, l’artista costruisce in maniera maniacale i propri dischi e le relative tournée, modellando opere profondamente ragionate e strutturate. Quella che ormai appare più una divinità che una persona reale si nutre di questa sua condizione quasi trascendentale e la infonde nella sua stessa arte con grande cura e passione.
Il modo in cui gli oltre 80mila spettatori accolgono Queen Bey quando compare sul palco alle 20:35 dimostra proprio questa enorme aporia. Rimango piacevolmente incantato – e non sorpreso: è proprio ciò che mi aspettavo – nel vedere come la folla reagisca non appena la vede: la star è di fronte a noi in carne e ossa, ma quello che tutti percepiamo è l’improvvisa epifania di un’entità che non è di questo mondo. Nonostante la sua musica sia molto spesso carnale, diretta e intrisa di importanti messaggi sociali e politici, Beyoncé è ormai una divinità che non respira la stessa aria che respiriamo noi: è così e basta, e non sono possibili spiegazioni di alcuna sorta. Tutto questo fa cadere il pubblico in una sorta di trance irreale che non gli impedisce, però, di ballare e di cantare con una grinta sfrenata dall’inizio alla fine. Ecco un altro effetto della magia di Queen Bey.

Lo spettacolo pone da subito al centro del discorso la rivincita della Blackness, in particolare quella femminile, sulla cultura statunitense di matrice bianca e maschile. È questo il fil rouge che Beyoncé stende di fronte a noi in tutta la sua potenza grazie alla musica, alla danza, alle scenografie e ai video che integrano le performance, fungono da raccordo tra le varie parti e separano un atto da quello successivo. È un nucleo tematico che la performer porta avanti ormai da tempo e che si connette magistralmente con i temi che i singoli brani toccano: se non già da quando ha iniziato la propria carriera solista quantomeno da quando, ormai una quindicina di anni fa, ha dato a essa una svolta sorprendente e ragionata con un gruppo di dischi che ha cambiato la storia della musica pop e soul statunitense in questo breve scorcio di secolo.
È proprio alla luce di questi aspetti che, come in un disegno magistrale e consequenziale, gli ultimi quattro album solisti di Bey sono strettamente connessi tra loro: Beyoncé e Lemonade riflettono sulla condizione della donna (nera) nella società di oggi e sulla sua rivincita nella società, partendo dal personale e muovendo verso l’universale; Renaissance e Cowboy Carter alzano poi lo sguardo in altre direzioni e studiano a fondo il contesto generale per poi scandagliare con filologica devozione le radici culturali black tra dance, house e, appunto, country, sempre che l’ultimo disco possa definirsi davvero un album country, quando invece la performer parte da esso per smontare tutti i luoghi comuni che contraddistinguono il genere e per affrontare una serie di questioni sociali e politiche non indifferenti. La scaletta si concentra soprattutto su Cowboy Carter e su Renaissance, ma non mancano alcuni pezzi di Lemonade e qualche classico del passato che nello spettacolo è utile a tessere i diversi fili della pièce concedendo nel medesimo tempo al pubblico un tuffo nel passato necessario e sentito.

Nel primo blocco del set, l’inizio etereo di “American Requiem” sfocia dolcemente in “Blackbird”, un punto di partenza non di poco conto nel riuscito tentativo di Beyoncé di far stare insieme i mondi musicali dei neri e dei bianchi per narrare al mondo intero una storia diversa e più vera di quella che per decenni è stata raccontata, vale a dire una storia nella quale possono convivere Dolly Parton, la cui interpretazione di “Jolene” è in scaletta, i Beatles stessi e l’intero universo culturale black. Sugli schermi compaiono Linda Martell, la prima country woman black, citata e addirittura ospitata all’interno di Cowboy Carter, e poi Chuck Berry, Gil Scott Heron e Sister Rosetta Tharpe, mentre più avanti nel corso dello spettacolo sentiamo riecheggiare il cavernoso e profetico “Looky Looky Yonder” di Leadbelly.
Si è giusto in tempo per accennare all’inno statunitense e alla micidiale rilettura che ne diede Jimi Hendrix che a infuocare la scena sono “Freedom” e “Ya Ya”, dettando la linea tematica di questa tranche di scaletta, dove a farla da padrona è la necessità di liberarsi dalle catene che la società ha costruito intorno al corpo dei neri. Emerge, come un’ombra inquietante, l’attualità, perché un brano come il primo non può non riportarci alla situazione geopolitica tragica che stiamo attraversando. Bey sbatte i pugni sul tavolo e traccia con schiettezza e con audacia i confini della condizione comatosa – e pericolosa – che il suo Paese sta attraversando e che di riflesso tocca tutti noi, e lo fa ribadendo al mondo la centralità e la potenza che le culture afro e latina hanno da sempre rivestito negli States.

Se mai occorresse ripeterlo, “America Has a Problem”: mentre imperversa il graffiante brano di Renaissance, che apre il secondo blocco dello show, lo stadio esplode in tutta la sua fisicità. Altrettanto letale è, poco dopo, “Formation”, altro pezzo di accusa sfiancante e intransigente, che prosegue il discorso con una coerenza attualissima e tremendamente sinistra. Se è necessario stimolare la mente, anche il corpo va opportunamente sfamato: tanti episodi tratti da Cowboy Carter e da Renaissance si prefiggono questo doppio scopo. Il pubblico si muove incandescente sulle note di “My House”, che insieme a una versione accorciata di “Diva” chiude il secondo blocco del set, e si lascia poi cullare dalla seduzione rovente dalle note sanguigne di “Alligator Tears” e di “Flamenco”, che chiude con un crescendo quasi soffocante il terzo blocco del set. Proprio i brani di Renaissance e lo stadio trasformato a grande sala da ballo all’aperto sono un altro fondamentale capitolo della grande storia che Beyoncé vuole scrivere, tributando, come ha fatto in quel disco, il mondo queer nero della dance e della house che ha avuto un notevole impatto sulla cultura afroamericana e che forse non si è mai approfondito quanto avrebbe meritato.
La famiglia e la sacralità con la quale Beyoncé la vive e la difende è un altro dei cardini dello spettacolo. Blue Ivy compare sulla scena in diversi momenti, mostrando al pubblico le sue notevoli doti di ballerina con diverse performance di alta qualità. Durante “Protector”, uno dei momenti più potenti e dolci del concerto, oltre a Blue sul palco arriva anche Rumi, la figlia più piccola. Mentre Bey canta il pezzo con voce palesemente emozionata, i tre compongono, insieme al resto della troupe di ballerini, una sorta di piramide: il sacro amore di una madre per le proprie figlie si squaderna di fronte ai nostri occhi senza alcun velo, con una spiazzante e devota onestà, mentre le note e il testo del brano, schietto e poetico, risuonano nello stadio, lasciandoci quasi commossi. La spiritualità si muove per vie imperscrutabili nell’ariosa “II Hands II Heaven” e un’energia incontenibile pervade “Tyrant”, “Levii’s Jeans” e il medley che fonde “Sweet Honey Buckin’” con “Pure/Honey” e “Summer Renaissance”, che chiude il quarto atto. Lo show non ha momenti di pausa: i già citati visual e i pochi minuti in cui il corpo di danza o la band sono sul palco da soli sono gli unici passaggi in cui Beyoncé scompare dalla scena per cambiare il suo outfit.

Nel quinto blocco, che vede Bey interpretare, in versioni accorciate, alcune delle sue storiche hit, ritornano preponderanti il country e il rock. “Texas Hold ‘Em” aumenta il clima di festa e di sfogo e “Daddy Lesson”, cantata mentre Beyoncé di fatto vola sopra lo stadio seduta in una struttura a ferro di cavallo, ci ricorda che Beyoncé aveva già reso omaggio al country quasi dieci anni fa. “II Most Wanted” è appena accennata: questa volta non c’è Miley Cyrus come due sere prima – mentre la sera successiva, ieri, Jay Z ha duettato con la moglie in “Crazy in Love”, ma l’assenza di ospiti speciali non ha reso meno memorabile lo show di sabato –, ma la schietta e determinata presa di posizione del brano – un inno alla fedeltà e all’amicizia – non passa in secondo piano. Ad aumentare ancora una volta i beat e l’intensità dello show sono due episodi di Renaissance, “Cuff It” e “Heated”, penetranti e pulsanti. Il sesto e penultimo atto si apre con uno dei momenti più preziosi della serata, “Daughter”, nella quale emerge in tutta la sua cristallina bellezza la voce di Beyoncé, perfetta dall’inizio alla fine dello spettacolo. “Cozy” e “Alien Superstar”, che conducono alla chiusura del blocco, risplendono in tutta la loro veemenza e sensualità come un flusso di magma che ti insegue e ti stana ovunque tu sia.
Anche il dialogo che Beyoncé intesse con la sua stessa persona lato sensu e con la sua storia è un elemento di studio e di analisi non irrilevante. Il fatto che alcune delle sue hit di maggior successo oggi vengano da Bey parcellizzate e rese “a disposizione” del pubblico in forma pulviscolare è estremamente interessante e comprensibile, perché, se rappresentano un capitolo fondamentale della sua carriera, non sono più lo spazio artistico entro il quale si muove. Così “Crazy in Love”, “Single Ladies”, “Love on Top” e “Irreplaceable” sono appena accennate e anche “If I Were a Boy” non viene eseguita per intero, mentre sulla base di “Déja Vu” lo spazio è lasciato alla figlia, che imita in tutto e per tutto le gestualità e i passi di danza della madre, quasi a creare una curiosa ironia col titolo stesso del pezzo. Dal passato, insomma, Beyoncé non può e non vuole fuggire, ma relegarlo in un momento ben delimitato all’interno della performance è segno che i tempi sono cambiati: la carriera di Beyoncé, infatti, è svoltata con l’omonimo disco del 2013 e ancor di più da Lemonade in avanti, passi decisivi che l’hanno resa un’autrice nel senso più alto e colto del termine, e non è un caso che quasi tre quarti dei pezzi in scaletta provengano dai suoi ultimi due album e da Lemonade.

In questo incrocio di percorsi e di temi, che si accavallano e si incalzano a vicenda, il video che precede l’atto finale, che mostra il percorso di Bey dai filmati in cui canta da ragazzina ai suoi recenti trionfi negli stadi con un pathos frenetico e incalzante anche grazie a un montaggio che pulsa e che si velocizza più ci si avvicina al presente, è l’apogeo della riflessione su quanto sia importante credere in sé stessi e su quanto l’impegno e l’abnegazione possano portarci a vedere i nostri sogni esauditi. Se il concetto può sembrare ovvio, non lo è affatto alla luce di questa clip e di questo show: in un mondo immerso in tempi sempre più barbari e bui, che taglia alle radici le nostre speranze e aspirazioni, costruire uno spettacolo che prova a sfamarle e a ricordarci che vale ancora la pena di lottare per qualcosa è tutto fuorché semplice o scontato. A concludere lo show, nel settimo e ultimo atto, sono “16 Carriages” e “Amen”: quest’ultima, proprio come nel disco, permette di dare una costruzione ad anello al percorso. Anche dal vivo, integrato da una scenografia magistrale e interpretato con mirabile trasporto da Bey che vola sullo stadio con un’auto, “16 Carriages” risulta uno dei momenti più intensi e coinvolgenti dello spettacolo e porta, quasi come in un percorso obbligato, al confessionale nudo e definitivo di “Amen”, creando un unico, lungo segmento che conduce alla conclusione dello spettacolo, un evento significativo, diretto e necessario.
Solo quando lo show si sta avviando alla conclusione mi rendo conto di quanto ogni cosa sia stata perfetta: dalla voce di Beyoncé al corpo di ballo, dalle scenografie ai musicisti, tutto ha funzionato alla perfezione nonostante le evidenti complessità che comporta uno spettacolo simile. Esco dallo Stade de France felice e convinto di avere assistito a uno spettacolo storico, e un pensiero mi accompagna nel viaggio di ritorno verso l’hotel: se tanti lamentano il disimpegno e la superficialità cui tanta musica pop si è ormai arresa, questa sera ho avuto la prova definitiva e tangibile che ci sono ancora artisti di enorme successo che hanno qualcosa di significativo da dire – che oggi, visto il silenzio di troppi, potrebbe suonare addirittura rivoluzionario –, e che ci sono ancora tante persone disposte a fermarsi e ascoltare.

