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L’urlo di Jordan Smith apre la prima delle due tappe italiane dei bdrmm, a Milano e Bologna, il 26 e 27 marzo. L’assetto visivo è abbastanza esplicativo. Una linea composta da synth, strumenti vari e cavi dove si nascondono Ryan Smith, voce chitarra, Joe Vickers, al centro, anche lui con synth e chitarra e Jordan Smith, fratello del cantante, che si preoccupa del motore sonoro della band con basso, cori e tastiere. Tutti e tre davanti a Conor Murray, batteria tradizionale ed alcuni pad elettronici.
L’obiettivo è creare il classico muro di suono tipico dello shoegaze, arricchendolo con elementi elettronici e dreampop, in un continuo scambio di distorsioni, strumenti, riverberi ed effetti vari.
La Santeria si inizia a riempire con il garage rock dei JAGWARI, che aprono la serata e suonano per un’ora.
Alle 21:30 circa sale sul palco la band di Hull. La prima canzone è Microtonic, brano che dà il nome al loro ultimo album, un pezzo strumentale con chitarre distorte ed un crescendo costante in perfetto stile Mogwai. I bdrmm fanno parte dell’etichetta dei Mogwai e hanno spesso aperto i loro live, l’inizio del set sembra voler cementificare questo esplicito legame tra le due band.
Il secondo pezzo è Clarkycat. Le due tracce si susseguono, proprio come nell’album, segnando il primo vero ingresso nell’evoluzione del sound dei bdrmm. Il brano è trascinante, con un finale che si vorrebbe ascoltare in loop all’infinito. Rispetto alla versione in studio il suono è più sporco, più distorto, e quel synth alla Bicep si perde leggermente nella resa live.
Otto dei brani eseguiti sono tratti dall’ultimo album, Microtonic, suonato quasi per intero. Tra i momenti più riusciti c’è sicuramente John on the Ceiling, una traccia scritta all’inizio della loro carriera e pubblicata solo ora perché più in linea con il loro attuale percorso musicale. Is That What You Wanted to Hear? invece è un bel ritorno al passato, direttamente dal loro album di esordio.
In generale il pubblico sembra accogliere allo stesso modo sia i brani nuovi che quelli vecchi, senza particolari distinzioni. Ryan Smith sorride e ringrazia per l’affluenza, mentre Joe Vickers, alienato nel suo mondo sonoro, beve direttamente da una bottiglia di rum tra un brano e l’altro, passando da sorsi solitari a cicchetti volanti offerti alla prima fila che accetta con entusiasmo. Il tutto culmina in una bevuta collettiva e in un bicchiere di rum “calciato” tra la folla, alzando ulteriormente il livello della serata.
Se tutti i brani del nuovo album catturano l’attenzione per il loro impatto sonoro, Infinity Peaking ha un’aura diversa. È forse il pezzo più melodico della scaletta, il pubblico lo conosce e canta il ritornello, mentre il finale alterna chitarre e batteria in modo ancora più viscerale rispetto alla versione studio. Potrebbe diventare la hit più accessibile della band, un perfetto incontro tra lo shoegaze degli (ultimi) Slowdive e l’elettronica cupa dei Depeche Mode.
Prima dell’encore, l’ultima canzone è Snares. La band racconta di essersi ispirata ai suoni di Thom Yorke per la parte ritmica e, in effetti, l’inizio porta immediatamente il mondo dei Radiohead in Santeria. L’ombra di Yorke aleggia per tutta la serata, dai cori prolungati alle atmosfere profonde, spesso si colgono evidenti citazioni.
La band abbandona il palco ed il finale prevede tre brani del vecchio repertorio: Happy, (Un)happy e Port. Il ritorno sul palco è segnato da qualche problema tecnico, con due intro sbagliate di fila, il microfono di Ryan Smith che scivola, costringendolo a cantare in una posizione improbabile (come Liam Gallagher, ma al contrario) e un generale caos controllato bene da Jordan Smith che scuote la testa ma resta incollato al Korg.
I vari problemini passano in secondo piano perchè Happy è sempre la instant hit con il riff che tutti aspettano e che dal vivo conferma la sua forza.
Dopo un’ora e mezza di set il concerto si conclude con un approccio più “suonato” e libero.
I bdrmm scendono dal palco e si mescolano con il pubblico, bevendo al bar insieme a una platea variegata, fatta di persone di tutte le età.
Microtonic, ultimo album della band, segna un’evoluzione musicale chiara. I bdrmm non vogliono essere una classica band shoegaze ma, come hanno più volte dichiarato, vogliono avvicinarsi a sonorità più elettroniche e ambient. Questo tour rappresenta il primo passo verso un nuovo percorso e la resa live porta spunti molto interessanti.
Sarà bellissimo capire quanto l’elettronica prenderà il sopravvento in futuro e come i loro live dovranno modificarsi, dosando ancor più coraggiosamente i diversi mondi.
Riuscire a creare momenti di straniamento per poi sconfinare in sbalzi elettronici o post-punk è un’arte difficile, e oggi poche band riescono a farlo così bene.
(Giuseppe Gualtieri)

