La classe non è acqua: Talib Kweli infiamma il Locomotiv di Bologna
Giorgio Lamonica
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Era da un po’ che Talib Kweli non passava da Bologna, l’ultima volta che ci è stato, se non ricordo male, è stato nel 2014 al TPO.
Essendo lui una leggenda del rap della vecchia scuola, mi sarei aspettato un riscontro maggiore da parte del pubblico. Invece non c’era tanta gente al Locomotiv. Sarà stato il prezzo del biglietto, un po’ più alto del consueto, sarà stato che era domenica, fatto sta che il locale si è riempito per metà. Pochi ma buoni: all’ingresso del locale, aspettando che si aprissero le porte ho fatto due chiacchiere con una coppia di miei coetanei che arrivavano apposta da Roma per sentirlo, giusto per fare un esempio. In ogni caso, il locale pieno a metà non ha impedito a Talib e al suo DJ di dare il massimo.
Talib Kweli è uno che ha tante storie da raccontare. Eccome se ne ha: è sulla scena musicale almeno da 30 anni, ha collaborato coi più grandi (Mos Def, oggi noto come Yasiim Bay, con cui ha formato i Black Star; Kayne West; Madlib … solo per citarne alcuni), ha sempre combattuto per i più deboli, per gli emarginati, per gli ultimi. Il suo impegno ideologico e politico risuona costantemente molto forte nei suoi pezzi e non è mancato durante il live un esplicito invito a noi Italiani a resistere ai fascismi che stanno caratterizzando il nostro difficile periodo. Il momento più catartico, per quanto mi riguarda, è stato quando ha fatto cantare a tutto il pubblico FDT (Fuck Donald Trump) di YG e Nipsey Hussle. Fantastico!
Nel corso del live al Locomotiv l’MC di Brooklyn ha proposto un’antologia del suo old school, east coast rap, corredata da bellissimi visual in cui ha omaggiato molti fra i più grandi protagonisti dell’hip hop a partire dalla fine degli anni 80. Chi riconoscete nelle foto?
Un personaggio purtroppo è facile da indovinare: il 2 marzo è stato un giorno triste per la black music a causa della morte di Angie Stone, tragicamente scomparsa a 63 anni in un incidente d’auto. Ovviamente non è mancato in scaletta un omaggio a lei, oltre che a molti altri protagonisti della musica nera americana.
Speriamo di rivederlo presto dalle nostre parti!
(Giorgio Lamonica)
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
(Matteo Marconi)Le puntate precedentiBack To The Future Vol. 9 - Stuart Adamson morì nel 2001 e nessuno ne parla piùBack To The Future Vol. 8 - I Vines e il Verona dell'84-'85Back To The Future Vol. 7 – “I figli degli operai, i figli dei bottegai!”
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14 settembre 2010
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