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Siamo nell’epoca della musica in streaming e dei biglietti dei concerti (quelli strutturati) saliti alle stelle. Ma al contempo, in controtendenza, ci troviamo anche in un tempo in cui i piccoli live club fanno sempre più fatica ad offrire un’offerta affrontando forse le difficoltà – in modo metaforico un po’ affettato ma crediamo vero – a cui deve far fronte un negozietto di provincia rispetto ad Amazon. Ne abbiamo parlato con Davide Fabbri, Presidente di KeepOn Live, associazione di categoria dei live club e festival italiani, nell’ultimo triennio, dal 2005 direttore artistico e tecnico del Diagonal Loft Club di Forlì.
Il tuo primo mandato come presidente di KeepOn Live è terminato e ora siete alle soglie di un nuovo triennio. Come stai vivendo questa avventura?
– Bene! Anche se si è strutturata a dovere solo di recente l’associazione che presiedo ha una lunga storia, con diversi passaggi di stato. Non ci siamo sbagliati ad attribuire una rilevanza specifica a questi luoghi, sia stabili e permanenti come i live club che temporanei come i festival musicali. Ti posso dire che per alcune questioni chiave dei live club (riconoscimento e sostegno) siamo a buon punto, ma ora la palla è nel campo politico e siamo in attesa dei decreti attuativi che vadano a sostanziare tutto il processo. Siamo stupiti favorevolmente dall’attenzione che ci riservano gli enti locali (le Regioni in primis); guardano lontano ma hanno anche interesse a comprendere fino in fondo il territorio che governano oggi. Le richieste di mappatura dei luoghi della musica dal vivo che ci vengono commissionate ne sono una prova tangibile… come diciamo da un po’, servono dati più precisi per politiche più efficaci.
Quali sono stati i punti più importanti su cui ti sei battuto e che hai messo all’ordine del giorno delle vostre assemblee?
– L’inclusione di più realtà possibili, senza dubbio. Pur nella naturale diversità che le caratterizza, tanto le big venues quanto le realtà “ibride” di provincia hanno un minimo comune denominatore, anzi più di uno… Oggi la musica dal vivo (ma non dico nulla di nuovo) è progettata, prodotta e promossa in modo diverso, e per questo cerca spazi differenti dove manifestarsi. E chi opera nel settore, oltre a trovarsi in un campo per molti aspetti inedito, si ritrova ancora di fronte a questioni mai risolte del tutto, come le capienze o la gestione del diritto d’autore. Serve tanto cuore e un continuo “refresh” su ciò che fino a ieri funzionava. Non è facile…

Si può dire che i locali live dopo il Covid non si siano più ripresi, o è un’esagerazione?
– Si può dire che dopo il Covid niente è più stato lo stesso. Cosa sia diventato poi il sistema dei locali dal vivo io credo sia ancora da capire in profondità. Definire i live club non è solo una questione di parametri (anche se quelli sono ineludibili se si decide di affrontare il finanziamento pubblico ad esempio), quanto secondo me di identità. E se è vero che l’identità è un dono sociale e la società è polverizzata (uno sciame, secondo Byung-Chul Han) non è così agevole capire chi si è, dove si è e soprattutto cosa si vuole fare. Sono anni di grande scivolamento, niente nella filiera musicale è più al suo posto o si muove come prima. Compresi i luoghi della musica dal vivo, naturalmente.
Il fatto che i locali live facciano fatica ad esistere/resistere è uno snodo più generazionale o economico? O anche dettato semplicemente da dinamiche sociali? (penso alla diminuzione evidente anche delle discoteche per i ragazzi)
– Credo sia generazionale. Ma non è una novità, possiamo parlare di situazioni ricorsive, anche se ogni tornante storico ha le sue peculiarità. Come debba essere strutturato, organizzato e mantenuto operativo uno spazio di spettacolo dal vivo è una domanda che si ripresenta ciclicamente. Chi risponde bene e tiene il passo in un modo o nell’altro fa scuola e genera “ best practices ” che sono utili a tutti. Come KeepOn Live ci occupiamo anche di questo: innescarle e condividerle. Invece per quanto riguarda le discoteche ti posso dire che sì, anche a me risulta un trend in calo. Però al contempo si nota a tutti i livelli una grande voglia di tornare a ballare. Benissimo prima o dopo un live. Se in orari e luoghi non convenzionali ancora meglio.
Non è una apparente contraddizione che in un mondo in cui gli artisti guadagnano poco con lo streaming, e dunque hanno quasi solo i concerti come fonte di sostentamento, i luoghi per i live siano sempre meno?
– Ne abbiamo parlato insieme l’autunno scorso al festival Ipercorpo, ricordi? E’ come se l’ on-line e l’ on-stage facciano fatica a trovare oggi tutti i necessari punti di contatto. Lo streaming è in mano a due o tre piattaforme (è tornato sui suoi passi persino Neil Young che si era fatto una piattaforma tutta sua), mentre il sistema dei concerti credo mantenga – seppur con grande fatica – la sua capillarità e diversificazione, che va dagli house concert ai cartelloni delle multinazionali. Saranno sempre due cose distinte caricare una brano su una piattaforma e caricare un furgone per andare in tour.
Hai qualche progetto irrealizzabile nel cassetto che si può dire, magari per il “tuo” Diagonal di Forlì?
– Beh, un podcast per i 30 anni del locale non sarebbe male…

il Diagonal Club di Forlì
(Paolo Bardelli)
foto di Julia Upali
