Share This Article
La morte di Battiato e il suo lascito
La mattina del 18 Maggio 2021 -un martedì – mi svegliai, pensando che sarebbe stata una giornata di festa in cui avrei celebrato i miei 26 anni. Invece, dopo poco, realizzai che l’accadimento del giorno non sarebbero stati gli auguri che avrei ricevuto bensì l’ondata di cordoglio pubblico per la morte di Franco Battiato. Figura centrale della discografia italiana per 50 anni, Battiato ha sicuramente un posto nell’immaginario di tutti, appassionati di musica o meno, riuscendo con il suo lavoro a intercettare in un modo o nell’altro generazioni di italiani.
D’altronde il percorso artistico di Battiato è forse tra i più originali e stratificati che si siano visti, quanto nel nostro paese come al di fuori. Partito come cantante da balera, trasformatosi velocemente in uno dei più radicali sperimentatori della pop music degli anni ’70, attraversa le varie esperienze della musica di ricerca del secondo Novecento per poi approdare alla canzone, riempiendola di citazioni e strutture della musica colta europea e di altre tradizioni musicali, e continuando negli anni a essere fedele alla sua natura di musicista sperimentale rapportandosi e sperimentando di decennio in decennio con altri musicisti più giovani.
Tra tradizione e avanguardia, strutture chiuse e sperimentazione, pop e nicchie, l’esperienza di Battiato è la cartina tornasole di 50 anni di musica italiana ed europea, con un catalogo (che oltre alla discografia comprende opere e musica sacra) ottimo per qualunque storico della musica volesse, in futuro, comprendere questo periodo, in cui il panorama musicale ha subito mutazioni straordinarie e saputo assumere forme diverse, convivendo, come mai prima di allora.

Il Battiato sperimentale e il suo incontro con la musica contemporanea
La grande fortuna del musicista siciliano si deve al momento in cui, alla fine degli anni Settanta, decise di virare dalla radicale sperimentazione che aveva seguito nella prima parte della sua carriera discografica (iniziata con “Fetus” nel 1972) e si avvicinò alla musica leggera nel 1979, con “L’era del cinghiale bianco”. Negli anni precedenti Battiato aveva incontrato Karlheinz Stockhausen, il compositore tedesco che -nel bene e nel male- aveva caratterizzato l’inizio della musica elettroacustica europea negli anni ’50, che lo spinse ad approfondire le sue conoscenze di teoria musicale. Si racconta che Stockhausen disse a Battiato che per riuscire ad essere un musicista degno di tale nome e non ritrovarsi a scrivere musica commerciale pur di campare, avrebbe dovuto impegnarsi nella cosiddetta ‘musica seria’, mettendo da parte la sua parte più sperimentale. Il compositore catanese accettò il consiglio, ma da come è andata la sua storia, ci piace pensare che la sua svolta verso una raffinatissima canzone avesse in seno anche un germe di ribellione verso la figura del maestro.
Seppure i lavori di Battiato verso la metà degli anni Settanta non fossero poi così ascrivibili alla produzione di compositori più ‘inquadrati’ in un sistema più accademico, non si pensi che per questo siano meno interessanti. Anzi: lo spirito ‘punk’ con cui si approccia alla composizione per nastro magnetico lo rende un’esperienza sonora originale e unica.
Se negli anni “Sulle corde di Aries” (1973) è stato comunemente definito come il disco più riuscito del primissimo Battiato, probabilmente a ragione in virtù di una sua struttura ibrida tra il pop e la sperimentazione e per quello che forse è il miglior utilizzo del sintetizzatore nella discografia italiana di quegli anni, vorrei qui invece concentrarmi su un disco meno noto, uscito cinquanta anni fa, nel periodo in cui più di tutti si avvicinò alla musica contemporanea. “M.lle le Gladiator”, uscito sulla Bla Bla di Pino Massara nel 1975, rappresenta probabilmente l’apice del Battiato alle prese con la new music: il lato A presenta un brano di musique concrete collagistico di 14 minuti, mentre il lato B due registrazioni per organo.

La prima composizione, “Goutez et Comparez”, riprende il lavoro sul nastro che contraddistingue in quegli anni la sua produzione, soprattutto nel precedente LP, “Clic”. Il brano è un collage di voci, soundscape, interventi strumentali e rumoristici, e parte delle take di organo che caratterizzano la seconda facciata. Rispetto al precedente “Clic”, qui la sua pratica della tape music arriva al suo culmine. Ricordiamo che la pratica su nastro magnetico era qualcosa che andava avanti da almeno venti anni in Europa, e che aveva particolarmente caratterizzato la sperimentazione degli anni Cinquanta. Battiato, nella sua sperimentazione, si rifà certamente ai grandi classici del tempo come “Gesang der Jünglinge” (1956) di Stockhausen o “Thema – Omaggio a Joyce” (1958) di Luciano Berio, come anche alla musica concreta del Groupe de Recherches Musicales di Pierre Schaeffer, con il loro utilizzo di suoni “extra musicali”; detto ciò, gli elementi di novità e interesse notabili sono l’uso di un’ironia di fondo e un rifiuto delle forme (che Schaeffer non avrebbe certamente apprezzato) che, meglio di ogni tentativo narrativo, riescono a rappresentare un universo sonoro urbano, frammentato e caotico. Un brano forse mai capito, e che ancora oggi solleva perplessità in recensioni e antologie critiche su Battiato, forse alla ricerca di appigli di genere e di forme che possano ricondurre un’opera a un canone. Un brano che forse, invece, non sfigurerebbe se uscisse oggi, in cui almeno certi ambienti si sono tolti di dosso la pretesa di inquadrare ogni brano che gli viene proposto.
La storia dell’organo di Monreale
Stessa storia per la parte organistica del disco, registrata dal vivo sull’organo del Duomo di Monreale. Due frammenti, a cui si aggiunge la coda del lato A, in cui Franco Battiato esplora le potenzialità sonore dello strumento, anche qui senza compromessi di generi e tradizioni. Sicuramente da recuperare in anni in cui la musica per organo è tornata prepotentemente sulla scena più ‘avant’, in cui festival europei riescono ad aprire le porte di chiese per far suonare brani non poi così dissimili dagli artisti di riferimento del momento.
Un aneddoto divertente, tra i più famosi della biografia di Battiato: il nostro, scovando lo strumento, riuscì ad accordarsi con il prelato della zona per provare l’organo fingendosi l’assistente di un organista di fama internazionale, desideroso di proporre un programma di musica sacra nel Duomo. Una volta preso possesso dello strumento attaccò la registrazione e cominciò a suonarlo tirandone fuori dissonanze, canti fermi e muri di suono che allarmarono gli abitanti della cittadina siciliana, certamente non abituati a sentire suoni del genere venir fuori dalla chiesa. Battiato fu quindi costretto a sloggiare, ma riuscì a inserire nel suo disco del 1975 alcune delle parti della sua sessione pirata nel Duomo.
Suoni rubati da uno strumento utilizzato in modo inusuale: è forse questo l’esempio che, più di tutti, racchiude il senso di questo disco, tanto prezioso quanto dimenticato.
(foto di Roberto Masotti)
