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Un po’ appassionata celebrazione e un po’ inevitabile semplificazione, diamo la dimensione che merita al più che discreto A Complete Unknown di James Mangold, il biopic che segue l’ascesa al successo di Bob Dylan, interpretato da un bravissimo Timothée Chalamet, nei primi anni della sua carriera, tra il 1961 e il 1965, quelli in cui, tra tradizione e innovazione, tra citazione e distruzione, rivoluzionò la musica, la società e persino la letteratura.

Riuscire a rendere fedele e sincero un biopic sui primi anni di carriera di Bob Dylan non può che essere un’impresa titanica. Al timone di ciò c’è James Mangold, che, dopo aver diretto quasi una ventina d’anni fa I Walk the Line su Johnny e June Cash, alle prese questa volta con Bob Dylan, probabilmente la figura più geniale e sfuggente del panorama musicale contemporaneo, riesce a non appiattirsi troppo sulla mitologia e a non gettarsi solo e soltanto nella storiografia. È quasi inutile ribadire ciò che è ovvio: mettere in scena un’opera totalmente originale e per nulla banalizzante sul cantautore che meglio di tutti ha saputo convogliare e reinventare interi universi e intere tradizioni – musicali, letterarie e sociali – a tal punto da esserne il punto di partenza e al tempo stesso l’epigono, come recita la motivazione fornita dall’Accademia di Svezia che gli assegnò il Premio Nobel per la Letteratura nel 2016, «per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana», è una corsa a ostacoli, e riuscire a fare ciò narrando degli anni incipitari della sua carriera, quelli che lo hanno forgiato, durante i quali per la prima volta e con percorsi e modi affascinanti e avventurosi il suo genio è emerso in tutta la sua forza e complessità, aggiunge ulteriore difficoltà al compito che ci si è prefissati. A Complete Unknown non centra tutti questi obiettivi, va detto chiaramente, ma non se ne allontana esageratamente.
Partiamo dalla conclusione. Quando il film finisce, dopo due ore e venti estremamente incalzanti, quello che un dylaniano come me per prima cosa fa è tirare un grande sospiro di sollievo: questo biopic è più che discreto. Non rinuncia ad alcuni vizi ormai radicati nel genere, come la necessità, per gli spettatori che poco sanno della vita del cantautore, di rendere i personaggi principali, Bob e le compagnie che gravitano intorno a lui, piuttosto statici e tipizzati, senza evoluzioni chiare e ben delineate nel corso della pellicola, che purtroppo non approfondisce a sufficienza la caratura psicologica e attitudinale di molti di loro. Uno dei principali punti di forza del film, però, è il suo attore protagonista. Timothée Chalamet nei panni di Bob è credibile e avvincente: si vede, come ha più volte dichiarato, che è sinceramente appassionato della sua arte, come dimostra la recente performance all’SNL dove ha eseguito tre pezzi meravigliosi del repertorio dylaniano – e non così noti al pubblico generalista – come “Tomorrow Is a Long Time”, “Outlaw Blues” e “Three Angels”. Chalamet si cala perfettamente nella parte, parla con la dizione e con il timbro nasale e un po’ rauco di Dylan, canta e interpreta le canzoni magistralmente – cito qui il dylanologo più autorevole, Alessando Carrera, che in un bell’articolo scritto qualche giorno fa per Doppiozero ci ricorda che «Timmy a volte canta anche meglio di Dylan: qualcuno dirà che non ci vuole molto, ma non è così semplice; chiunque può cantare meglio di Dylan, nessuno canta come Dylan», e di rado sono state scritte frasi più giuste e più efficaci in merito alla voce e al modo di vivere le canzoni del Nostro – e si cala nella parte con trasporto e con rispetto; semmai gli si può “rimproverare” che è a volte fin troppo teatrale nell’imitare certi tic dylaniani, che pure esplora con perspicacia e dovizia, ma che a tratti quasi esagera, che si tratti di certe gestualità protettive delle mani o della parlata un po’ biascicata e snodata che da sempre Bob presenta.
Quella di Chalamet, in ogni caso, è una performance devota, quasi maniacale, che probabilmente sarà molto amata dalla giuria dell’Academy, che potrebbe sfilare l’Oscar dalle mani del (meritatamente) favorito Adrien Brody per consegnarlo a Timmy. Anche il resto del cast non sfigura: Monica Barbaro interpreta con fedeltà e con austerità Joan Baez cantando bene quasi quanto lei; Elle Fanning nei panni della prima fidanzata newyorchese di Bob Suze Rotolo, qui rinominata Sylvie Russo, è altrettanto genuina e meticolosa; Edward Norton nei panni del “religioso” e “ispirato” Pete Seeger convince abbastanza; Johnny Cash interpretato da Boyd Holbrook e dipinto come un’eminenza grigia che si muove di soppiatto funziona tutto sommato bene anche se è un’altra di quelle figure statiche, quasi maschere fisse, che compare, scompare e ricompare come un amuleto magico senza troppe spiegazioni né troppi approfondimenti, con il compito soltanto di invitare Bob, attraverso aforismi più o meno enigmatici, a fare solo e soltanto ciò che si sente di fare.
Nonostante parecchi meriti, dicevamo, ogni figura, persino quella cubista ed esplosiva di Bob Dylan, in A Complete Unknown passa attraverso un rullo compressore non potentissimo ma nemmeno leggero: un certo appiattimento dei personaggi e una certa superficialità nel tratteggiare i loro universi e le loro idee è tangibile in ciascuno di loro e quasi in ogni situazione: questo resta il grande limite di ogni biopic, vale a dire il suo doversi offrire a un pubblico che legittimamente può non conoscere bene – o affatto – la figura che è al centro del film e necessita quindi di semplificazioni e di brachilogie; è normale e da preventivare che in casi come questo alla filologia si sostituisca la necessità di intrattenere, ma resta comunque un difetto che, quando a essere raccontata sullo schermo è la vita di Bob Dylan, porta una certa insoddisfazione. Va ricordato, ovviamente, che esistono così tanti documentari di alta qualità – da Dont Look Back di D.A. Pennebaker a The Other Side of the Mirror, da No Direction Home a Rolling Thunder Revue entrambi firmati da Martin Scorsese – che non vi è alcun bisogno che un biopic provi a sostituirsi a essi. Anzi: il fatto che non provi neanche a farlo diventa, paradossalmente, un suo pregio.
Al di là dei suoi limiti e delle sue imperfezioni, un fan di Bob Dylan vive A Complete Unknown con emozione e trasporto: le origini e la mitologia del proprio idolo sono sul grande schermo grazie a un discreto regista e a un ottimo cast, e di ciò siamo tutti piuttosto contenti. So di amici, che conoscono poco Bob Dylan, che ritengono il film piacevole e intrigante e che sostengono che grazie a esso ora sentono di capire Bob e la sua arte un po’ di più di quanto facessero prima. Hanno ritrovato una certa curiosità nell’approfondire le sue opere anche alcuni di quelli che non lo avevano mai ascoltato approfonditamente né apprezzato particolarmente prima di oggi, sicuri, alcuni di loro, che procederanno nella lettura di biografie su di lui o nella visione di documentari a lui dedicati. Riecheggia, in questo, una frase – «dopo aver guardato il film andate a leggere il libro» – che aveva scritto con tono sagace e ironico lo stesso Bob su X qualche settimana fa. Il libro a cui fa riferimento è Dylan Goes Electric! di Elijah Wald, l’eccellente saggio, pubblicato nel 2015 e di recente tradotto anche in italiano, che sta alla base di A Complete Unknown.
È giusto notare, però, che quello che Mangold e Chalamet mettono in scena non è fino in fondo il vero Bob Dylan di quegli anni. In alcuni momenti è molto vicino a esserlo, e flirta con gusto ed eleganza con ciò che davvero Bob fu in quel tempo. Per tutto il film Bob resta una figura imperscrutabile, e questa è una scelta vincente; tuttavia le complesse vicissitudini di quegli anni e la grandezza che Bob raggiunse in quel periodo non riescono del tutto a incarnarsi in quello schermo. Ciò va accettato perché è nella natura stessa dei biopic. Alcuni difetti registici, infatti, ci sono, perché James Mangold è un regista bravo ma non eccezionale, ben distante dalla raffinatezza con la quale i Coen costruirono un capolavoro come Inside Llewyn Davis del 2013, film liberamente ispirato alla biografia di Dave Van Ronk scritta da Van Ronk stesso proprio insieme al già citato Elijah Wald. Anche la messa in scena non è sempre convincente e il montaggio sonoro è buono ma sacrifica fin troppo le canzoni, quelle straordinarie canzoni: di fatto ascoltiamo per intero solo “Blowin’ in the Wind” prima che nei titoli di coda si possano ascoltare altri pezzi integralmente. Vanno messe in conto anche le brachilogie o le imprecisioni storiche che questo tipo di opera inevitabilmente richiede: il 25/07/1965 a Newport nessuno gridò “Judas” –quell’episodio accadde a Manchester il 17/05/1966, ma Mangold decide di inserire quella frase in quel momento per evidenti necessità di ritmo e di spazio – e Suze Rotolo non segue Bob fino al 1965 ma se ne allontana già nei primi mesi del 1964; tutti particolari, questi, che fanno storcere un po’ il naso ai dylanologi più attenti. Resta, comunque, la soddisfazione di aver visto un film più che discreto su uno degli artisti più geniali del nostro tempo, un artista che non potrà mai essere etichettato né banalizzato: Bob, come canta in “Like a Rolling Stone”, è ancora un completo sconosciuto, e credo che questa sia la lezione più grande che il film ci consegna. Tra i vari obiettivi che si prefiggeva di raggiungere, questo è quello che è riuscito a centrare fino in fondo.


