JENNIFER GENTLE, “Valende” (Sub Pop, 2005)

Nell’ambito dei festeggiamenti per i 30 anni della Sub Pop ripubblichiamo alcune recensioni di album importanti dell’etichetta di Seattle. Iniziamo con la prima band italiana su Sub Pop.

E fu così che sui padovani Jennifer Gentle si accesero le luci della ribalta. Mica passa in secondo piano il fatto che questo disco – il loro terzo – è il primo disco in assoluto che un gruppo italiano incide sotto contratto per la Sub Pop. Etichetta che ogni appassionato di musica dovrebbe ringraziare al risveglio per i quintali di ottima musica che dagli anni ’80 è riuscita a produrre. Escluso questo, resta il fatto che il cammino del gruppo di Marco Fasolo ed Alessio Gastaldello è un continuo crescendo che li porta dall’autoproduzione dell’esordio “Funny creatures lane” alla distribuzione internazionale. E un disco come “Valende” è probabilmente la cosa migliore che poteva uscire da uno studio di registrazione per confermare questa maturità.

Già, maturità. Concetto quantomeno interessante visto che applicato ai Jennifer Gentle perde completamente senso. La totale irrazionalità concettuale si sprigiona in dieci episodi che esprimono al meglio le suggestioni psichedeliche che il gruppo insegue dai tribolati esordi. Folk alla Kevin Ayers incrocia la struttura sghemba di Syd Barrett per sposarsi a lente discese acid-folk (come in “Circles of Sorrow” e le psichedeliche suggestioni di “The Garden pt.1” e “The Garden pt.2”) che se da un lato rievocano un ossessione onirica e infantile, dall’altro esprimono tra i punti più alti mai toccati dal gruppo. Raggiunge poi l’apice nella cacofonia quasi doorsiana di “Hessesopoa” – che rimanda anche a certi movimenti kraut-folk – e nella sconclusionatezza psichedelica di “Nothing makes sense” e “I do dream you”: una sorta di Alice oltre lo Specchio che si ripropone nella sua assurda bellezza.

“Valende” è uno dei primi grandi dischi dell’anno, un’opera capace di monopolizzare gli ascolti perché opera personalissima di reinterpretazione della lezione dei migliori maestri (ancora una volta, l’enorme importanza di Syd Barrett, quasi a dar ragione a chi crede che i Pink Floyd non abbiano prodotto nulla di buono se non “The piper at the gates of dawn”). Semplicemente come un viaggio che non vorresti mai finire.

(Hamilton Santià)

31 gennaio 2005

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *