[Foto] U.S. Girls, Covo Club, Bologna, 16 ottobre 2015
Piero Merola
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Meghan Remy è stata la protagonista della KALPORZ NIGHT per i primi 15 anni di Kalporz all’Hana-Bi di Marina di Ravenna lo scorso giugno. Qualche mese dopo è tornata da quelle parti, al Covo di Bologna per la sua prima apparizione live dall’uscita dell’attesissimo esordio per 4AD “Half Free”. Il suo nome inizia a girare sempre di più nei circuiti che contano, per l’Italia magari servirà ancora un po’ di tempo per ingranare, ma la vocalist, producer e compositrice, mostra che i nuovi brani hanno già la stoffa per candidarla a risposta intellettuale a Grimes. Si presenta in versione duo e gli incastri vocali delle sue ambiziose tracce tra pop elettronico, rigurgiti soul, synth-pop, echi dub e cacofonie à la Ariel Pink degli albori funzionano. Eccome. In poche contemporanee possono contare su brani dall’impatto di una “Damn That Valley” o “Sororal Feelings”. Al prossimo giro, glielo auguriamo, potrà contare su platee e venue anche più ampie, come già avviene nel resto d’Europa.
Ecco le foto della serata…
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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