ANTHONY JOSEPH & THE SPASM BAND, “Rubber Orchestras” (Naive, 2011)

Nell’anno in cui l’amato Gil Scott-Heron ci lascia e raggiunge l’altrettanto compianto Fela, Anthony Joseph cambia registro, attingendo da un vocabolario che si è fatto più corposo e nutrito, e dando vita ad un lavoro che è concettualmente e stilisticamente una forma “meta” di musica nera.

“Rubber Orchestras” è infatti un disco che, a parere di chi scrive, si situa ad un livello superiore: non tanto e non solo in termini di giudizio di valore, quanto su un piano di astrazione che ne include e comprende molti altri. E’ l’icona di quella black music che non si arrende ad essere pura estetica o semplice revivalismo, ma che lotta per continuare a rappresentare una coscienza critica che non è più, ormai, solo del popolo afro-americano. E’ di tutti noi.

Diventa così legittimo e suggestivo pensare ad Anthony Joseph come ad una figura che incarna e pare in grado di tenere insieme, magnificamente, le anime dei musicisti poco sopra citati. “Griot”, “Damballah”, ma pure “Started Off As A Dancer”, “Cobra”, “She Is The Sea”: puro distillato di afrobeat, con un porgersi talmente convinto e scevro da manierismi da far commuovere – ci giurerei – persino i figli di Fela.

Pezzi che superano in media i sette-otto minuti, con un incedere pazzesco: memorabile il lavoro su ritmi e percussioni – che a tratti incorporano pure inflessioni caraibiche (“Started Off As A Dancer”), ed altrettanto sui fiati – in cui corpo e sfumature si completano a meraviglia (l’oboe sottotraccia che si accompagna al sax vellutato e al flauto traverso della prima parte di “Generations”: che splendore). In una pasta musicale in cui l’acidità delle chitarre e il sensuale languore blaxploitation di certe atmosfere conferiscono un tocco ulteriore, si insinua lo spoken-word del Nostro: non c’è spazio per il canto, eccezion fatta per una manciata di ritornelli; solo un declamare lucido, urgente, talvolta venato di ironico sdegno.

E sono i quasi dodici minuti della sublime “Generations” ad illustrare il tutto in maniera pressoché definitiva: la tensione della parte iniziale finisce per essere risucchiata in un vortice di fiati sanguinanti e voci dolenti, per poi adagiarsi in una quiete che è più l’invocazione di una pace rispettosa che semplice calma apparente.

“We should be free from the Earth’s corruption.

The struggle to live
as we grasp one another,
joint together in solidarity
with the heights and the cries
to ideal happiness among nations.

Violence is erupting,
pollution is a crime,
poverty is hell.
And we’re losing time.

The voices of the people should bring us to one, one world:
Europe
Asia
the Americas
the Carribean
Trinidad
Tobago
Barbados
Cuba
Grenadine
Brazil
Mexico.

Equal, as one.
With the rights to love and share,
the rights to give and receive,
the rights to agree and disagree.
The right to happiness, peace and freedom.

The world have rest
in a peaceful world.”

[Generations, recitato dalla voce di un bambino]

79/100

(Federica Casari)

13 ottobre 2011

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