EXPLOSIONS IN THE SKY, “Take Care, Take Care, Take Care” (Temporary Residence, 2011)

Ogni volta che gruppi di certificata fede post-rock, attestata da anni di militanza nel genere, annunciano l’uscita dell’ennesima fatica, proclamandola – mannaggia a loro – come la svolta di un nuovo corso, incoraggiano la domanda oscura che toglie il sonno: “Ce n’era ancora bisogno?”. Soprattutto quando dopo il suddetto proclama non si può restare meno irritati valutando che se la svolta c’è stata, nessuno l’ha notata.

Anche gli Explosions In The Sky non si sottraggono al disappunto, nonostante “Take Care, Take Care, Take Care” sia un album pregiato, riccamente policromo, screziato nella gamma di emozioni espresse, tuttavia segnato dal marchio ambiguo del post-rock che, come biografia alternativa al modo tradizionale della forma canzone, teso a rivelare gli anfratti entro cui scavare nuovi modi di esprimere l’anima e la vitalità, soffre della medesima tensione, tormentato com’è dal dover essere sempre in ascolto, di vedetta, sempre il primo al alzare la mano per dimostrare di essere il più bravo della classe. Purtroppo con il tempo il “gesto” si è cristallizzato in un tic, il tic musicale del post rock che ha la cifra di un paradosso: raggiungere sempre l’eccellenza formale, melodica, compositiva, strappare il plauso della qualità, ed essere sempre in difetto, in eccesso, l’eccellenza appunto come una struttura che non è di sostanza, come un di più esorbitante e sostanzialmente inutile. Semplicemente di maniera.

Il fatto che ci siano ancora gruppi come gli EITS che insistono pervicacemente sul genere dimostra che la spinta all’esplorazione non sia recepita come esaurita. Forse esiste ancora un discorso non enunciato che volteggia nell’aria e che tutti vanno cercando nella speranza ansiosa di essere i primi ad afferrarlo nel retino. E sia così, a ritrovarci ancora una volta di fronte ad un album che ha tentato di catturare ed esprimere quel discorso nell’aria.
Il Texas messo in scena dagli Explosions si rivela di nuovo territorio della mente e dell’elucubrazione, una sorta di Patagonia degli States, e forse non è lontano dalla realtà. Solo che questo territorio era già stato mostrato. Non saprei in quale altro modo dirlo: a questo tour che mi era stato venduto come inedito io avevo partecipato la volta scorsa! Resta un grande territorio, non c’è che dire, solo che lo conoscevamo.

“Human Qualities” all’inizio tratteggia un arpeggio dal sentimento umile e dopo istanti di silenzio definitivo riparte con un piglio chitarristico espressivo che prepara l’ormai fin troppo ritardata (e classica) esplosione finale. Buono. Ma la Novità? Se questa deve essere sorretta tutta da “Trembling Hands” breve e appuntata dall’aggiunta inedita di cori, infilzata dalle già note pennellate vigorose delle chitarre di Smith e Rayani che sole tengono testa alle solite esplosioni nel cielo, allora la novità si stacca dalla parete e cade in attesa di riscontri migliori. Oppure: in “Be Comfortable, Creature” l’inseguimento e l’ascensione mistica continuano con indistinta intensità che non scema nemmeno nel seguente “Postcard From 1952”. Sebbene ogni brano riveli la dote plastica che fa degli EITS maestri incontrastati di un’arte che mette letteralmente in scena la tempesta in una mano o l’uragano in una goccia d’acqua, il problema è proprio una specie di assenza nella modulazione delle emozioni: ogni brano colora alla stessa maniera emozioni diverse. Amo il post-rock, e mi costa dire che forse quello che sento è noia. Forse ci meritiamo noi amanti illusi che “Let Me Back In” sia un’epigrafe emblematica, dato che pur vincente nella capacità di raggiungere l’unità compatta tra espressione passionale e inventiva, finisce per incartarsi nella coda riverberosa che alla lunga pare leziosa.
E il bello è che dopo quest’album che sarebbe potuto uscire dieci anni fa, ne usciranno ancora altri per altri dieci anni. A me sta bene, ma non dite che ci saranno svolte e rivoluzioni: fateci la sorpresa di non annunciarle e farle davvero.

61/100

(Stefania Italiano)

7 giugno 2011

1 Comment

  1. anestesis

    12/06/2011 at 00:00

    nessuna svolta ma poco male. se dovessero colpirmi solo i dischi rivoluzionari, di questo decennio potrei ascoltare solo un paio di cose! a me questo disco continua a piaciucchiare. 65/100

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *