Rock the casbah Vol. 1 – In ogni strada d’Egitto

Il parco di al-Azhar, con annesso laghetto e vista mozzafiato sui minareti della città, che iniziano ad accendersi di verde al tramonto. Un clima invidiabile che permette di godersi un concerto all’aperto il 17 di dicembre (“Ragazzi, ma quanti mesi dura l’inverno qui al Cairo?” Risposta: “MESI??”). Cinque tra i più noti gruppi underground egiziani.
Insomma, non posso proprio mancare. Vedo intorno qualche ragazza senza velo e più scollacciata del solito: mi gaso, parto con collegamenti più o meno legittimi tra la buona musica e la ribellione, la libertà d’espressione, eccetera.

E’ una festa, con dei festeggiati: i Wust el Balad, che hanno appena pubblicato il secondo disco, un traguardo a quanto pare enorme. Infatti, in un luogo dove i gusti del pubblico per lo più si ripartiscono equamente tra musica araba tradizionale, pop arabo (il male puro!) e i successi pop e dance internazionali, Lady Gaga & co. per capirci, ciò che esula da questa triade è tragicamente votato all’insuccesso.
Ma non demoralizziamoci e proseguiamo a vedere i barlumi di speranza.
I Wust el Balad sono nati dodici anni fa, gruppo underground nel vero senso del termine, visto che si riunivano a suonare nella stazione della metro sotto piazza Tahrir, in pieno centro del Cairo. Da qui il nome del gruppo, che significa “centro città”.
Per fare breccia nel panorama che dicevamo, il mix tipico della world music tra tradizione e modernità e tra oriente e occidente, che a me fa storcere il naso, si è rivelato vincente, col flauto e l’oud (strumento a corde tradizionale arabo) affiancati alla chitarra elettrica e al sax, e con quei cantati tipicamente arabi, con ogni vocale finale allungata di un chilometro (…presente i neomelodici napoletani?).
Risultato, oggi in Egitto li conoscono tutti. Perfino le mie coinquiline del Cairo, fighette discotecare fino al midollo, li apprezzano. La loro “Shams el Nahar” è diventata il gingle di una compagnia telefonica, e alla fine mi ha conquistata mio malgrado. Ha un ritornello irresistibile con voce e sax e un semplice, bellissimo testo:
“Il sole del mattino verrà da me / canterà e mi sveglierà / una canzone di speranza a di vita / che non ho mai sentito prima. / Col primo istinto mi chiarirò / e vedrò molte cose / che non avevo visto per quello che sono…”

Ma in realtà, per me il loro merito è un altro: aver dimostrato che fare altra musica qui si può, e aver incoraggiato la nascita di altre band, alcune anche più interessanti.
Quattro di queste partecipano ai festeggiamenti.
Tutte cantano rigorosamente in arabo.
Per primi gli Uss w lazq (“Taglia e incolla”), voce femminile e ritmi più o meno reggae, non fanno per me e quindi, ops, li liquido in due parole per passare ai miei preferiti di netto: gli Ashara Gharby. Decisamente i più rock, arrivano sul palco con abiti e sciarpe coloratissimi, e una gran carica. Il cantante ha una bella voce nera, ma soprattutto è l’esaltato chitarrista, e in particolare il riff di questa canzone, “Pianola”, a scatenare il sottopalco:

Poi i City band. Anche loro inseriscono degli elementi tradizionali, in particolare nell’uso del violino. Tra le loro canzoni “Aadi”, che tra maldestre riparazioni di strade dissestate, l’avvento della metro perennemente affollata, e i taxi a tassametro che sostituiscono il vecchio metodo del contrattare con l’autista, ironizza sui cambiamenti del Cairo e sull’atteggiamento degli abitanti nei loro confronti: di solito una rassegnata alzata di spalle e la considerazione che, in fondo, niente fa differenza: è tutto “normale, regolare” (“aadi”, appunto).

Dopodichè i Cairokee (dicono, un incrocio tra le parole Cairo e Karaoke, non chiedetemi perché sia con due e!), che puntano per lo più su pezzi soft e ballate. Ogni tanti si distinguono anche per qualche canzone impegnata.

Infine, naturalmente, i Wust el Balad, che mi lasciano con in testa un verso: “Il tuo cuore è rimasto un oggetto d’antiquariato nella sua casa” (“Antika”), un po’ di malinconia, e qualche interrogativo sul futuro del rock arabo. Riusciranno quei gruppetti di fan che ho scorto, a contagiare un numero rispettabile di appassionati, in quel gorgo di 22 milioni di abitanti che è il Cairo? Basteranno i soliti due club due, con queste band come ospiti fissi? I musicisti si moltiplicheranno o moriranno di stenti?

Torno in Italia, e non so che da lì a poco delle domande ben più importanti, sul futuro stesso di quel paese, si faranno strada. Dopo la scintilla in Tunisia, e prima della follia della repressione in Libia, c’è il contagio dell’Egitto. Inizio a seguire ossessivamente le notizie della rivoluzione in quel posto che è stato la mia casa per un po’ (in mancanza di rivoluzione da queste parti?).
Incredibile: da un momento all’altro niente è più “aadi”, nessuno fa più spallucce, tutti alzano la testa e reclamano i propri diritti.
E dopo un po’ spunta anche il video di una canzone, viene perfino mandato in onda a Blob.
Si vede prima il frontman dei Cairokee, Amir Eid, autore della canzone, e poi il chitarrista e cantante dei Wust el Balad, Hany Adel, chiamato a duettare e a produrre il pezzo. Si aggirano tra le persone della piazza in rivolta, la stessa piazza Tahrir sotto la quale la band di Adel iniziò a suonare, la “Piazza della Liberazione” che ha finalmente deciso di voler rispecchiare il suo nome, la piazza che è tornata della gente! Le persone, nel video, mostrano cartelli e striscioni con i versi della canzone, e si prestano volentieri a cantarli, perché parlano di loro.

Lo dicevo io, che musica e libertà d’espressione…
Sperando che l’Egitto, così come il resto del mondo arabo, sia davvero sulla strada per diventare un posto un po’ più libero:

La voce della libertà

Sono sceso e ho detto “non torno”
e ho scritto col mio sangue in ogni strada
Ci ha ascoltato chi non ascoltava
E si sono infrante tutte le barriere

Le nostre armi erano i nostri sogni
e il domani è chiaro davanti a noi
Da tempo stavamo aspettando
cercavamo senza trovare il nostro posto

In ogni strada del mio paese
la voce della libertà chiama
In ogni strada del mio paese
la voce della libertà chiama

Abbiamo alzato le nostre teste verso il cielo
E la fame non ci importa più
La cosa più importante sono i nostri diritti
e che scriviamo la nostra storia col nostro sangue

Se sei uno di noi
smetti di blaterare e di dirci
di andarcene e di abbandonare il nostro sogno
Smetti di dire la parola “io”

In ogni strada del mio paese…

(Luce Lacquaniti)

Collegamenti su Kalporz:
Caspiterina!Una moderna “Fischia il vento” iraniana (24.06.2009)

01 marzo 2011

2 Comments

  1. Matteo Marconi

    01/03/2011 at 11:32

    Bravissima Luce! Un grande reportaggio.
    Anche se penso che, tra poco, il vento di libertà sarà spazzato via a colpi di marasso di fratelloni musulmani.

  2. Luce Lacquaniti

    01/03/2011 at 20:05

    Ehi, grazie! 🙂

    Mmm…però per me l’idea del pericolo ‘islamico’ viene spesso sventolata da chi ha interesse ad impedire un vero dialogo democratico.
    Comunque è un discorso lungo! Mi limito a notare che questa rivolta non ha, finora, alcuna connotazione religiosa. I pericoli che vedo per il suo buon esito, sinceramente, sono altri, es. il potere dell’esercito, e dei grossi interessi esterni.

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