GRIZZLY BEAR, Veckatimest (Warp, 2009)

Veckatimest, nonostante il nome dalle tonalità vagamente nordiche, è un’isoletta di poco meno di un chilometro quadrato appartenente allo stato del Massachusetts, una microscopica goccia d’inchiostro nel vostro atlante geografico in cui apparentemente non dovrebbe né potrebbe accadere alcunché d’interessante o risolutivo. Proprio lì i newyorchesi Grizzly Bear si sono rifugiati (anzi: si sono nascosti) per registrare parte del loro terzo album, che si chiama come la sperduta isola, e segue il fortunato “Yellow House” del 2006 (anche qui il titolo fa riferimento al luogo in cui il lavoro è stato partorito, ovvero la casa materna del cantante e compositore Ed Droste). Tra i due lavori, i Grizzly Bear hanno poi pensato di licenziare un (mini) album, significativamente intitolato “Friend” – infarcito di succulenti remix ed esecuzioni riarrangiate di loro vecchi pezzi, in compagnia di amici e compagni di merende di vario gusto ed orientamento stilistico, come Band Of Horses, Beirut, Dirty Projectors, CSS, Deerhunter e così via – nel complesso molto ma molto intrigante, a partire soprattutto dalla doppietta iniziale “Alligator”/ “He Hit Me (And It Felt Like A Kiss)” (cover del girl group minore The Crystals!) che da sola vale un ascolto obbligatorio per capire di chi o cosa stiamo parlando quando pronunciamo il nome Grizzly Bear.

Ma torniamo a “Veckatimest”. La prima cosa che colpisce ascoltando le nuove canzoni è la perizia ortografica che il gruppo ha maturato, producendosi in sontuosi esercizi di sottile bizantinismo sonoro, capace di tradursi in canzoni che il più delle volte somigliano ad arazzi pulsanti di dettagli decorativi labirinticamente aggrovigliati sullo sfondo di finissime tessiture acustiche nella quale il folk più mistico riesce a dialogare con profumi vagamente orientaleggianti e litanie dal sapore precolombiano. L’elemento più freak e stranoide è stato momentaneamente accantonato in favore di un pop aristocratico e architettonicamente più complesso, sul quale grava spesso una certa impressione di eccessiva staticità monumentale, per quanto sempre in grado di liberare vibrazioni emotive e visioni interiori di sottile intensità. Le armonie vocali del mito californiano (marchio di fabbrica della compagine newyorchese) incontrano così il genio compositivo storto e capriccioso di un Moondog, per poi solidificarsi nelle geometrie levigate di un pop scultoreo e formalmente perfetto alla Zombies o Love, attraverso un mise en abyme di riferimenti e suggestioni davvero senza fine.

L’iniziale “Southern Point” è uno dei momenti più rilevanti dell’intero album, con i suoi origami di chitarre acustiche avvitate su sé stesse e una melodia che si snoda curvilinea e scorrevole serpeggiando tra drappeggi di cori vellutati e cristalli ritmici dal dolcissimo tintinnio. Ipnosi pura. Molto bella anche “I Live With You”, che nel suo lunghissimo cammino inanella musica sacra, Broadway, George Gershwin, Duke Ellington e Tim Buckley, compilando, in sprezzo alle leggi ineludibili del tempo e dello spazio, una minuziosa storia della musica moderna incapsulata in un sillogismo di cinque minuti percorribili all’infinito, nei quali incontrerete paesaggi e volti sempre diversi. Altrove emerge una vena più cantabile, aggrappata ad un’estetica quasi vittoriana che a tratti rievoca alla mente certi bellissimi scorci dei Kinks (si ascoltino “Two Weeks”, “All We Ask”, quasi dickensiana nel suo andamento favoleggiante, “Cheerleader” o la splendida “Fine For Now”, in cui si intravede di nuovo la “vecchia” cifra della band).

Alla lunga però affiora anche una certa uniformità stilistica che finisce col risultare eccessivamente compatta e forse anche un po’ monotona. Un sovraccarico formalistico e barocco di motivi sovrapposti e ridondanti che non sempre la mente riesce ad assimilare senza esserne sopraffatta e quindi costretta a rifugiarsi in una noia distratta e rifiatante. Forse una maggiore sintesi avrebbe giovato a sgrossare la canzoni dallo spesso mantello di ricami e geometrie finemente rabescate che le avvolgono fin quasi a soffocarle. Anche se poi, soltanto a pensarci, proprio in questo si gioca gran parte del senso più intimo dell’arte preziosa e sempre più “preziosistica” dei Grizzly Bear, raffinati orafi dell’immaginario (post)folk di questi anni 2000.

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