TUNNG, Comments On The Inner Chorus (Full Time Hobby / Audioglobe, 2006)

Tunng, fa la corda di nylon pizzicata da un’unghia. Tunng, fa il macchinario con tutti quegli strani filamenti colorati. Il duo inglese non avrebbe potuto azzeccare nome migliore per descrivere questa musica: un suono talmente fuori dall’attuale da avere l’odore del vinile e la memoria di camicie hippie; un suono talmente moderno da captare segnali ovunque, perché il rumore non esiste più, tutto è semplicemente suono. Sembra che il tempo si sia fermato con “Astralweeks”, e che da lì in poi non sia successo nulla. Errore: i Tunng sanno bene che ci sono stati anche i Books, che altri hanno fuso folk ed elettronica. Ma nessuno lo ha fatto mai così bene, o riuscendo a fondere gli stremi con questa esattezza.

“Hanged” fluisce lieve, digitale e liquida, mentre “Woodcat” raggiunge il picco del ricordo nel controcanto femminile: non sorprende che Vashti Bunyan sia stata portata sugli scudi da un’intera generazione, perché molti stanno solo cercando di aggiornare il suo suono incantato. La campagna, il verde, significa ancora pace, ma anche lì arrivano interferenze, bleeps, segnali di vita invisibile nell’etere: “Wind up bird” lascia che si intromettano nella canzone alcuni campioni vocali, mischia con eleganza arpeggi mandati in loop e una chitarra suonata, fino a fare spazio ai beat, che a loro volta cedono gentilmente il passo agli archi…

È tutto gentile, incantato. Forse troppo. Solo verso la fine, dopo la limpidezza assoluta dell’arpeggio di “Jay down”, si intravede qualche ombra: nel beat più sostenuto e dissolto in polvere glitch di “It’s because…we’ve got hair”, o nella sinistra “Sweet William”, o ancora nei bassi che rimbombano in “Engine room”. Ma è tardi per turbare l’equilibrio: una scia di di arpe e flauti fa fluire lontano la ghost track, come un rivolo d’acqua in un campo. Posto che la reale emozione sta altrove, l’eleganza dei Tunng è incredibile: come sentire Van Morrison alle prese coi Books, o vedere Donovan portare Fourtet a passeggio. Più che un disco, “Comments on the inner chorus” è un esperimento di equilibrismo. Spaziale, sonoro e temporale.

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