KELLEY STOLTZ, Below The Branches (Sub Pop / Audioglobe, 2006)

Mi piacciono molto i Beach Boys. Faccio parte di quella schiera di persone che considera “Smile” di Brian Wilson il capolavoro perduto della musica pop per antonomasia e trova enorme piacere nell’ascoltare la sua versione 2004 nonostante sia privo di quella portata rivoluzionaria che poteva avere se fosse uscito davvero nel 1967. E’ normale quindi che sia felice di ascoltare dischi che suonano come veri e propri omaggi alla lezione pop dei surfisti californiani. Coretti. Armonie vocali. Melodie perfette. Pianoforti. Zucchero. Insomma, l’estasi del barocco-di-buon-gusto.

Segno dei tempi però è il fatto che al giorno d’oggi non è più necessario un milionario contratto major, un’intera sezione orchestrale e dei costosissimi studi di registrazione all’avanguardia. Ora si può fare tutto in casa. Da un lato toglie poesia alla concezione di “creazione artistica” che ci siamo portati dietro per anni grazie alle leggende della musica pop ma dall’altro è una cosa fantastica. Sopratutto se chi sfrutta queste possibilità è dotato di talento e carattere. Kelley Stoltz è uno di questi. Nel 2001 si è autoprodotto un disco – “Antique Glow” – che solo tre anni dopo ha ricevuto parecchia attenzione dalla stampa britannica e per quello che ad oggi è il suo secondo disco, Stoltz sfrutta i potenti mezzi che può garantire la Sub Pop per far arrivare una canzone la dove può effettivamente arrivare.

Sarebbe stato un peccato non poter ascoltare pezzi come “Ever Thought Of Coming Back”, uno dei migliori figli di “Good Vibration”: coretti assassini, pianoforte a cascata, melodia sublime. Insomma, la ricetta per il piccolo capolavoro pop. Punta di diamante di “Below The Branches”, che per quanto non mantenga stabile lo standard di quel pezzo, si dimostra disco che gli appassionati del genere non faticheranno ad amare. Dall’omaggio ai Velvet Underground di “Wave Goodbye” alle malinconie nickdrakeiane di “Mistery”. Un sussidiaro passatista che mette assieme folk, pop, orchestre campionate ed elettronica poverissima. Dai Beatles agli Stones (quelli di “You Can’t Always Get What You Want”) passando per tutto l’universo musicale e facendo capo, ovviamente, a Brian Wilson. Peccato per due o tre brani di troppo che puzzano un po’ di riempitivo (come “Summer’s Easy Feeling”). Perché si tratta di qualcosa di notevole.

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