WILCO, A Ghost Is Born (Nonesuch, 2004)

Dare seguito ad un capolavoro è una faccenda piuttosto complicata, ed è esattamente quello che è successo ai Wilco, autori giusto due anni fa di uno dei dischi più importanti degli ultimi tempi, “Yankee Foxtrot Hotel”. Dall’uscita di quel lavoro sono mutate diverse cose nel gruppo americano. Sono cambiati alcuni musicisti ed è cambiata la prospettiva della loro musica, che grazie a quel disco è stata scoperta da un pubblico più ampio. E’ rimasto Jeff Tweedy, che dei Wilco è il motore e la mente, ed è rimasto Jim O’Rourke, che anche qui suona e produce insieme al gruppo di Chicago.

In “A Ghost Is Born” Tweedy compie l’unica scelta logica per un musicista coraggioso come lui, gioca con tutta la propria creatività, a rischio di costruire un disco troppo vario, privo dell’unità stilistica che legava le canzoni di “Yankee Foxtrot Hotel”. L’ex membro degli Uncle Tupelo rischia mettendo in “A Ghost is Born” semplicemente tutto quello che sente, e si avvertono la confusione e il dolore che hanno attraversato la sua vita. Ecco allora che tre minuti di una canzone lenta e strabiliante come “Less Than You Think” si perdono in un quarto d’ora di interferenze e riverberi. Ecco i rumori di fondo che introducono spesso i brani.

Tuttavia “A Ghost Is Born” non è solo questo. Innanzi tutto è un disco più vicino al rock del suo predecessore. Si scoprono deliziose perle melodiche che guardano in modo scoperto ai Beatles, “Theologians” e “Hummingbird”. Si incontrano brani che bruciano di energia, “I’m a Wheel”, che ricorda i Replacements di metà anni ottanta, e lo sgangherato ed irresistibile episodio che chiude il disco, “The Late Greats”. Senza dimenticare la collezione di ballate di cui è composta la spina dorsale del disco. Da lì tutto prende il via con “At Least That’s What You Said”, in cui dal tono sconsolato di Tweedy e dalle note desolate di un piano ci si inerpica in una coda strumentale degna del migliore Neil Young elettrico. Poco dopo il tono pacato della splendida “Hell is Chrome” e il suo crescere di intensità, sono uno dei momenti migliori del disco. E poi scorrono altre pagine di grande scrittura, “Wishful Thinking”, “Handshake Drugs” e “Company on My Back”.

Ad incantare arrivano poi i toni fragili, sospesi tra Nick Drake e i Radiohead, di “Muzzle of Bees”. Eppure giusto qualche istante prima dieci minuti di contorti intrecci chitarristici intitolati “Spiders (Kidsmoke)” avevano complicato le cose fino a suonare stucchevoli. Perché “A Ghost Is Born” non è un capolavoro come “Yankee Foxtrot Hotel”, così pieno come è di suoni ed idee, angoli da smussare, imperfezioni da correggere. Eppure proprio per questi motivi suona così vitale ed eccitante.

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