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Elio e le storie tese, Concerto alla Festa de l’Unità (Reggio Emilia) (4 settembre 2004)
Elio e le Storie Tese oltre il “rock demenziale”
Che fossero stati dotati da madre natura di una simpatia sopra la media si sapeva già; che sapessero suonare meglio della maggioranza dei colleghi, pure. Cosa mancava? In effetti nulla. Questa splendida realtà della musica nostrana non ha più nulla da dimostrare.
Ma, se è vero che il rischio sarebbe, a questo punto, quello di adagiarsi nella routine della fama ormai consolidata, i nostri eroi superano d’un balzo anche questo scoglio: sfornano un nuovo album (“Cicciput”) senza veri cedimenti (per quanto riguarda l’eccessiva durata, si tratta di un difetto collettivo dell’epoca nostra), fanno ancora una volta scuola con i loro video (la revérie di Mangoni, quotidiana e dimessa, eppure così surreale nella sua estraneità al contesto e raffinata nella struttura a piano-sequenza), introducono novità assolute nel campo della produzione e del commercio discografici (la registrazione in presa diretta di metà concerto, la masterizzazione in tiratura limitata e la vendita immediata sul posto). Insomma, a Elio e compagni la definizione di rock demenziale inizia davvero a stringere: costituisce un limite alla loro professionalità, una delle più serie del panorama italiano.
Tra Mahler e Shpalman: un’enciclopedia musicale
Band dalla cultura multiforme, capace di veleggiare con la più grande disinvoltura da un registro all’altro, dal nobile al triviale e viceversa, capace di svaccarsi in marcette beffarde come di regalare momenti di vera epica emozionante – su su, ammettiamolo, non sono forse epiche “Born To Be Abramo”, “Shpalman”, piena di pathos comico “Fossi figo”? – Elio e le Storie Tese sono un vero catalizzatore di materiali i più diversi: così come le sinfonie di Gustav Mahler – con il loro spirito citazionistico ed enciclopedico, talvolta tenere e lievi come un bambino, talaltra sardoniche come una marcia infernale o grandiose e luminose come un’alba – accompagnarono la musica classica nel XX secolo, così il gruppo milanese ha contribuito grandemente a traghettare il rock italiano nel nuovo millennio. Eppure, come per Mahler così per i Nostri, sarebbe davvero improprio parlare di pastiche: coscienza critica, padronanza assoluta della tecnica, amore antagonista per i predecessori, per i modelli.
Un live che unisce tecnica e ironia
Non è potuto sfuggire, anche questa sera, come uccidere i padri sia davvero difficile: soprattutto quando in realtà non se ne ha alcuna intenzione. Ma i più grandi sono proprio quelli che con i padri convivono, che, imparando da loro, cercano di superarli: quelli che, mentre cantano in stile punk che la fusion fa cagare o che il jazz lo suonano in pochi e lo ascoltano in meno, mescolano i generi e sfoderano micidiali tempi dispari, suonano il flauto traverso ed eseguono pezzi classici in chiave rock come in certa psichedelia o prog anni settanta (grande Elio nella parte di Figaro de “Il barbiere di Siviglia”). Perché, in fin dei conti, ci vuole più di un accordo per fare vera musica. E il rock è musica.
Siparietti, imitazioni scherzose, punzecchiature a Vasco (che ha suonato a Reggio l’8 settembre) e al suo mega palco: una decina di brani, da “Gimmy I.” a “Shpalman”, da “Fossi figo” a “Born To Be Abramo”, da “Servi della gleba” a “Cara ti amo”: tutto secondo copione. Chapeau!

