Intervista ai Blonde Redhead

 Ho avuto l’occasione, prima della data romana del 10 Luglio, di passare una mezz’oretta con Amedeo e Simone Pace, chitarrista e batterista dei Blonde Redhead: quello che segue è il frutto del nostro scambio di battute. Per primo è venuto a parlare con me Simone, mi presento e lui si siede.

Raffaele: Nel 1998 proponevate un’espressione dell’inesprimibile. Nel 2000 è stata la volta di melodie danneggiate: com’è cambiata la musica dei Blonde Redhead? Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo lavoro?

Simone: La musica è cambiata così come sono cambiate le cose che ci circondano. Non voglio dirti troppo del nuovo disco, non vorrei darti un’idea sbagliata prima del tuo ascolto. Posso dirti che ci sono molti violini e che c’è il basso in molti pezzi.

Raffaele: Come siete arrivati ai violini?
Simone: E’ una cosa che volevamo provare a fare da molto tempo. Stiamo ascoltando molto Serge Gainsbourg in questo periodo: lui li ha sempre usati, e volevamo provare anche noi.

Raffaele: Nell’EP “Melodie Citronique” avete avuto modo di sperimentare il canto in lingue diverse rispetto all’inglese (italiano, francese): pensate di continuare in questa direzione?
Simone: Anche questa era una cosa che volevamo provare a fare, e nell’EP ci siamo riusciti. Per il prossimo disco non abbiamo ancora deciso nulla di definitivo, e abbiamo registrato delle versioni strumentali dei brani mixate, in modo da tenerci liberi di decidere: l’altra volta non avevamo agito così, ed era risultato tutto più difficoltoso.

Raffaele: Al momento della vostra uscita siete stati spesso accomunati ai Sonic Youth e alla scena newyorchese, anche perché eravate prodotti da Steve Shelley. Vi riconoscete ancora in quest’area musicale, nonostante la vostra evoluzione?
Simone: Bè, al momento quella sembrava la maniera più onesta per suonare, però non abbiamo mai avuto l’intenzione di rimanere fermi a quel suono, anche perché non è l’unico suono in cui ci riconosciamo. Dovevamo progredire, andare avanti…ci sono tante cose che ci piacciono…

Raffaele: Cosa pensi quando leggi che venite citati come ispiratori per molti gruppi contemporanei?
Simone: Non è che ci pensi tanto. Quando scriviamo la musica non la pensiamo per far sì che influenzi qualcuno, ma desideriamo solo che sia musica che rimanga. A me sorprende quando sento che ci sono gruppi che si ispirano a noi. Mi sorprende anche che venga così tanta gente ai concerti.

Raffaele: Perché?
Simone: Non lo so, mi sorprende…credo sia un fatto di difesa. Quando suono non guardo mai il pubblico, mi concentro su ciò che sta facendo Amedeo.

Raffaele: So che non ti va di parlare del nuovo album, ma ti volevo chiedere una cosa: com’è stato strutturato?
Simone: L’abbiamo fatto con Guy (Picciotto, leader dei Fugazi, N.d.A.). Siamo stati nel Massachussets e poi a New York dove abbiamo aggiunto violini e basso in uno studio di registrazione che si chiama “Magic Shop”.

(A questo punto Simone se ne va. Dopo circa dieci minuti Amedeo si siede accanto a Raffaele).

Raffaele: La prima domanda che volevo farti parte dalle origini del vostro nome: deriva da una canzone dei DNA di Arto Lindsay. Tu hai avuto modo di collaborare con Lindsay durante “Mundo Civilizado”, com’è stata questa esperienza?
Amedeo: Noi non abbiamo mai avuto un’ispirazione No Wave, quando abbiamo scelto il nome ci piacevano molto i DNA, ma comunque non è che fossimo dei fanatici di quel genere, come invece magari sono altri gruppi della nostra generazione. Tra l’altro io e Simone siamo italiani, Kazu è giapponese: siamo di New York più per caso che per somiglianza musicale con le altre band della città. La collaborazione con Arto Lindsay è stata abbastanza veloce, rapida, non è stato come avere un gruppo. Con Arto siamo stati bene ed è stato costruttivo, ma non ho provato quello che provo con il mio gruppo.

Raffaele: Nel 2000 “Melody of Certain Damaged Lemons” ha riscosso un successo planetario, sicuramente superiore alle aspettative: com’è cambiato l’approccio musicale dei Blonde Redhead da allora? Com’è stato lavorare ai nuovi pezzi?
Amedeo: E’ apparso abbastanza naturale ricominciare subito a scrivere musica, perché eravamo sufficientemente pronti. Poi abbiamo incontrato varie difficoltà nel far sì che i pezzi, dallo stato embrionale, crescessero fino a diventare completi. All’inizio è stato molto difficile: tra l’altro Kazu è stata vittima di un incidente nel quale si è rotta la mandibola, poi ci hanno cacciati da ben tre sale prove. Perciò tutto sommato è stato il nostro disco più difficile. Io comunque non ho sentito nessuna pressione su di me, tra l’altro non sono mai stato realmente soddisfatto di “Melody of…”, che considero un lavoro imperfetto: ci sono molte cose che non mi piacciono lì dentro e che vorrei cambiare. E queste sensazioni le provo anche verso il nuovo lavoro. Dopotutto nessuno riesce a fare un album perfetto…oddio, forse qualcuno sì…

Raffaele: Non distribuirete comunque il vostro nuovo lavoro con la Touch & Go?
Amedeo: Ancora non lo sappiamo. Vorremmo cercare di crescere anche sotto questo aspetto: io vorrei provare anche una major, perché no? Ma soprattutto vorrei un’etichetta che ci possa aiutare di più a promuoverci al di fuori dell’America, perché la Southern è stata carente sotto questo punto di vista. I ragazzi della Touch & Go sono fantastici, davvero, ma conoscono anche loro i propri limiti, e sotto questo punto di vista a mio parere noi ancora non siamo stati abbastanza coraggiosi.

Raffaele: Dicevi prima che anche in questo nuovo lavoro ci sono cose che non ti soddisfano.
Amedeo: Sì, nel disco ci sono alcune cose, purtroppo, che non mi piacciono, però forse rispetto a “Melody…” ha un’atmosfera più omogenea, che va avanti per tutto l’album. I miei dischi preferiti sono quelli che mi trasportano in un’atmosfera e la mantengono per tutta la durata.

Raffaele: Ad esempio, qualcuno di questi album preferiti?
Amedeo: “Faith” e “17 Seconds” dei Cure, alcuni di Serge Gainsbourg, anche l’ultimo dei Radiohead, che trovo veramente molto bello.

Raffaele: L’ho già chiesto a Simone, ma ti ripeto la domanda: avete ancora intenzione di sperimentare cantati in lingue diverse dall’inglese?
Amedeo: All’inizio avevamo intenzione, per divertimento, di cantare un pezzo in tedesco, anche perché la musica del brano è molto teutonica. Ma sinceramente io non ho questo stimolo. Boh, non so che dirti, ci penseremo…

Raffaele: Prima hai detto che non senti di far parte di un gruppo “newyorchese”: dal tuo punto di vista ci sono molte scene interessanti in America al momento?
Amedeo: Sinceramente non vedo molto una scena, più che altro vedo vari gruppi: New York non l’ho mai vissuta come una scena, forse più Washington, dove ho anche più amici. Mi piacciono molto i Black Heart Procession, poi, vediamo…non so pronunciarmi sugli Yeah Yeah Yeahs, ci abbiamo suonato insieme e quindi non me li sono goduti, poi li ho visti una sera in un parchetto di New York, ma l’acustica era terribile. Ma dimmi tu piuttosto: c’è una scena qui in Italia?

Raffaele: Bè, oddio, no…direi che anche qui non c’è una scena, ma ci sono alcuni gruppi interessanti: solo che mentre i gruppi indipendenti statunitensi riescono ad avere anche una distribuzione internazionale, i gruppi indipendenti italiani hanno difficoltà anche ad arrivare in tutta la nazione. Spesso l’unico viatico per le etichette indipendenti è la vendita via internet. A questo proposito so che alcuni anni fa eri contrario alla tecnologia “internet”. 
Amedeo: Mi sono dovuto adattare.

Raffaele: Come ti poni verso le persone che scaricano musica da internet?
Amedeo: Non ci ho ancora pensato, non mi sono fatto un’opinione chiara, non so se sia un fatto positivo e negativo. Sicuramente è molto positivo per tutti quei gruppi che non hanno un’etichetta e possono così farsi conoscere lo stesso. D’altro canto i gruppi importanti non credo ricevano danni da questo, perché hanno altri e svariati modi per fare introiti. Per gruppi come il nostro non so: probabilmente stiamo nel mezzo, è positivo il fatto che molta gente possa arrivare a conoscerci, ma allo stesso tempo c’è il rischio che scaricato l’album queste persone non si comprino più il cd.

Raffaele: La vostra musica ha un aspetto molto cinematografico: avete mai avuto l’occasione di scrivere colonne sonore?
Amedeo: No, ma è una cosa che mi piacerebbe molto. Alcuni nostri brani sono finiti in vari film, ma ancora nessuno purtroppo ci ha proposto una colonna sonora.

(A questo punto Amedeo nota la maglietta di Raffaele, comprata al concerto dei Radiohead)

Amedeo: Sei stato al concerto dei Radiohead?

Raffaele: Sì, due giorni fa.
Amedeo: E com’è stato?

Raffaele: Molto bello. Ho visto anche i Low.
Amedeo: Ah! E loro come sono stati?

Raffaele: Bravi, bravi anche loro. Peccato che non siano riusciti a riprodurre in toto l’atmosfera spettrale dell’album.
Amedeo: Chissà, forse sarà stata colpa del tecnico del suono.

Raffaele: Negli album precedenti suonavi spesso la chitarra baritono per sopperire alla mancanza del basso: visto che nel nuovo lavoro il basso è tornato prepotentemente l’hai accantonata?
Amedeo: No, la suono in un paio di pezzi. Voglio però specificare che i brani nuovi li stiamo ancora studiando per apportare delle migliorie. Ad esempio stasera molte linee del basso le abbiamo campionate con la tastiera di Simone. Forse dovremmo trovare un bassista per le tournée, qualcuno che ci possa dare una mano sul palco. Kazu ad esempio suona molto spesso il clarinet; noi ne abbiamo uno a New York, ma era troppo pesante per portarlo in viaggio. Ne abbiamo cercato uno qui a Roma, ma non l’abbiamo trovato, così abbiamo ripiegato su un Farfisa, che oltre ad avere un suono completamente diverso ci da un sacco di problemi perché fa un rumore infernale.

(Sono almeno cinque minuti che Kazu gira nervosamente intorno ad Amedeo, così Raffaele la lascia libero).

Raffaele: Buon concerto.
Amedeo: Beh, anche a te.