SUBSONICA, Controllo del livello di rombo (Mescal, 2003)

Dite un po’, se doveste creare la storia di una band che dal grigiore di una città industriale si proietta verso fiori e riflettori del Festival per antonomasia, cosa scrivereste dopo un sentiero che si snoda tra i battiti elettronici di tre album ed una costellazione di date sold-out? Se la risposta che vi state dando con un gran sorriso è “Un Greatest Hits!”, non avete capito nulla dei Subsonica.

Già, perché i cinque torinesi coronano la prima parte della loro storia catturando su supporto magnetico la testimonianza di ciò che più ha caratterizzato la loro esistenza come gruppo e come singole entità viventi: il live. Quel portare le canzoni sfornate dal remoto 1997 ad oggi per tutto il Bel Paese, quel trasformarle in vibrazioni scaricate direttamente nei nostri timpani e più giù, fino alle riserve d’adrenalina. Il tutto condensato in un doppio cd, contenente anche tre inediti, registrato durante i concerti dello scorso anno.

La scaletta, rimaneggiata qua e là, punta a ricreare l’atmosfera tutta propria di un concerto, nel clamore del pubblico per successi quali “Nuvole rapide” e “Tutti i miei sbagli”, o ancora salendo nei ritmi sincopati di “Disco Labirinto” e “Nuova Ossessione”, per poi quietarsi sulle melodie di “Strade”. Non mancano le citazioni, ammesse dal vivo molto più che in studio, e riscontrabili dall’intermezzo che omaggia Morricone su “Perfezione” al tepore della cover di “Ain’t no sunshine” di Bill Withers. E sono più che benaccetti, soprattutto, gli innesti di tracce meno note ad un pubblico sempre più numeroso ed eterogeneo, prima fra tutte una “Velociraptor” manifesto del sottovalutato dinamismo della scena underground nazionale.

Ovviamente, il tutto con ciò che questo ambizioso progetto comporta: non aspettatevi di vivere fino in fondo l’adrenalinica vitalità di un concerto subsonico. La magia della compartecipazione diretta in un live, che si rivela in gag improvvisate o nelle ormai famose incitazioni al pubblico, sono prerogativa assoluta dell’attimo esecutivo. Ma, al di là di questo, le “ripuliture” (peraltro necessarie) eseguite in sede di mixaggio, quali allineamento dei livelli di microfoni, equalizzazioni varie, nonché le aggiunte di effetti sbiaditi durante le registrazioni, rendono certo quest’opera un po’ più opaca alla luce degli occhi… pardon, delle orecchie. Ad un livello esasperato di pignoleria, si potrebbe parlare di un qualcosa di più algido od opaco rispetto alla realtà, o semplicemente allo storico “Coi piedi sul palco” che sembra essere, nella sua minore ambizione, specchio più diretto della realtà.
Tuttavia, questi dettagli non cancellano la resa immediata delle schitarrate in stile puramente rock, miscelate con campionature e tastiera a cui l’acustica dal vivo preclude troppe volte un buon ascolto e le prove di una sezione ritmica di tutto rispetto.

E poi ci sono gli inediti. In questo esplodere di tempi dispari ben venga il dub tutto made in Italy di “Livido amniotico”, conturbante prova vocale di Samuel e della cantantessa Veronika, il riecheggiare di certa new wave in “Non chiedermi niente” e l’orecchiabilità pulsante de “L’errore”, peraltro nuovo singolo apripista.

Un live sfaccettato, insomma, che riesce a creare punti di vista diversi e critiche più o meno costruttive, ma che sicuramente ha il grandissimo pregio di catturare e portare direttamente nelle nostre casse la musica nel suo più alto e prestigioso momento: quello dell’esecuzione e della partecipazione collettiva all’inarrestabile onda sonora.

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