SAUL WILLIAMS, Amethyst Rock Star (Columbia, 2001)

Affrontare questo disco mi ha costretto a usare particolare cautela. So che non ci si dovrebbe fare influenzare, ma non è facile. Il signore che rappa su “Amethyst Rock Star” sarà anche al debutto discografico, ma il nome è ben noto. Poeta di strada, e poeta acclamato vincitore al Nuyorican Poet Cafe, nel ’96. Protagonista di “Slam”, vincitore al Sundance nel ’98. E rapper d’occasione. Non è nuovo qua a Kalporz. Tra gli altri ha collaborato con Mike Ladd, ma soprattutto ricordo la sua partecipazione al primo “Lyricist Lounge”. Bel curriculum, e Saul WIlliams deve ancora compiere trent’anni… Capirete con che rispetto ci si debba accostare a tanto talento. Ma il rap è un gioco strano. Può portare lontano o schiacciarti sull’asfalto. Ebbene, “Amethyst Rockstar” ci restituisce un Saul Williams un po’ malconcio…
Ispirazione variegata, esplorazione dei generi, pendolando fra hip hop e hard rock. Pardon, credo che la denominazione corretta debba essere ‘nu-metal’. Insomma, c’è quando rappa e quando canta. E quando recita. Un paio di tracce sono autentici recitativi, e tra queste la chilometrica “Our Father”. Un simil-sermone protestante, e il pezzo dove meglio si esibisce la classe del poeta Saul Williams con le parole. “Our Father”, subito seguita da “Wine”, che invece rende bene la fatica di mettere a fuoco l’ispirazione per uno spirito tanto irrequieto. Un misto di pop, spoken-music e influenze melodiche black. Una cosa del genere l’avevano fatta i Soul Coughing col jazz. Solo che loro l’avevano fatta bene… “Wine” invece mette in piazza tutto il caos di questo “Amethyst Rock Star”. Il cui valore superiore sta ovviamente nei testi. Se acquisterete il cd li troverete trascritti, e è una gioia. Una risposta a chi si lagna del ‘money-drug-bitches’, della violenza e dell’ottusità di molto rap d’oggidì. Ma rap e messaggio, potrà sembrare strano, non sono una cosa sola. Il rap prospera anche nel dissin’, nell’autocelebrazione, in testi dall’ottusità a volte spaventosa. Tant’è, di menti illuminate l’hip hop ne ha conosciute. I due pilastri intanto, Chuck D (Public Enemy) e KRS One. Ma anche il rap intelligente dei Native Tongues, e il “Dio” Rakim. Una piccola folla di talenti che però parlavano in musica. La musica, compagna e nemica di Saul Williams.

“Amethyst Rock Star” decisamente non è venuto bene. Tra tutte si salva solo “Om Nia Merican”, con qualche sforzo. Cosa che non ammorbidisce il giudizio. Anche se qualche qualità deve averla, oltre al peso straordinario del messaggio. Dico questo perché la comunità musicale è rimasta spiazzata. Chi ne ha osannato l’inventiva e il carisma, e chi lo ha trattato da sbruffone narciso innamorato della sua stessa voce. D’altra parte, tra i suoi mentori Saul schiera una personalità gigantesca dell’hip hop. Ha creduto in lui Rick Rubin (Beastie Boys, RUN DMC…). E Rick di solito ha ragione… Il vero guaio, alla fine, è che non si poteva lasciare “Amethyst Rock Star” sugli scaffali, resistendo all’aura di Saul.

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