Dopo il loro debutto folgorante, i Beatles battono il chiodo finchè è caldo e nello stesso anno fanno uscire “With the Beatles”, album non certo irresistibile, ma che serve alla creazione del fenomeno “Beatlemania”. Tra questo disco ed il precedente i Liverpooliani diedero alle stampe una quantità di singoli assolutamente folgoranti, i quali definirono in modo ineluttabile la loro esplosione a carattere planetario; “From me to you”, “I want to hold your hand”, “She loves you”, questo era il tris gettato sul tavolo da Lennon e soci capace di sbarazzare qualsiasi concorrenza. Così, pressati anche dalla casa discografica, gli Scarafaggi ritornano in sala d’incisione con un pugno di canzoni scritte piuttosto velocemente, associate ad alcune covers ripescate nell’enorme serbatoio rock ‘n’ roll e r&b. A firma Lennon/McCartney troviamo di rilevante “All my loving”, bellissima cavalcata un po’ western, e “I wanna be your man”, affidata al buon Ringo e famosa soprattutto per essere stato il primo hit degli astri nascenti Rolling Stones. Ma non dovevano essere rivali?!
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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