E’ questo un disco che, insieme a “Kind of Blue” di Miles Davis e a pochissimi altri, ha realmente il diritto di essere considerato un lavoro “leggendario”. Fu curiosamente amato (e lo è tuttora) anche dal pubblico del rock: sarà per la semplicità e per il “martellare” delle due note con cui il disco si apre, o sarà per il suo essere in fondo una sorta di “concept” diviso in quattro parti… Ascoltatelo partendo da qualsiasi presupposto ma il risultato è sempre lo stesso: opera straordinaria, scaturita dal misticismo religioso di Coltrane (ampiamente illustrato dallo stesso autore nelle note interne), e suonata divinamente dal suo quartetto di fuoriclasse. Il sax tenore grida, si distorce, cerca di mostrare a tutti cosa voglia dire essere toccati da un “amore superiore”, fino a quietersi nel finale raggiungendo apici di incredibile dolcezza. Non si pensi in ogni caso che quest’opera rappresenti un punto di arrivo per Coltrane, il cui travagliato percorso interiore si esprimerà in musica attraverso sempre nuove soluzioni.
Se potessi ripercorrere in un attimo, nuotando controcorrente, le rapide di questo fiume oramai giunto al suo estuario, nella estrema fissità di questo mio prossimo viaggio nella noia orizzontale, sceglierei gli anni in cui la volta celeste non era altro che un enorme lenzuolo fatto a cielo e la luna una palla polverosa gettata nel vuoto e catturata con le unghie dall’egoismo del pianeta Terra. E noi, bimbi, cadevamo con essa per sempre, aggrappati in un infinto sprofondo gli uni agli altri, grazie a un gomitolo di lana nera. I grandi dimenticarono in fretta di avere un mondo con certe stelle enormi, sopra il capo, da osservare, mentre noi sacrificavamo la nostra noia migliore per costruire ponti sospesi nello spazio che ci allacciassero a un’agognata luna. La dipingemmo butterata e funesta, con maremoti sulla superficie di un ponto che non era mai tranquillo, ma tutta una schiuma fremente di gorghi e mostri marini. Nuovi esseri di ordinaria malinconia calpestavano un tappeto soffice come zucchero filato sparso su una teglia, in cui si radicavano piante cresciute dolci come torroni. Altre volte immaginammo un balzo da gigante come in mongolfiera, le tante mongolfiere tipiche di una domenica d’estate, un balzo che ci consentisse di fuggire all’avarizia terrestre e alle sue costrizioni. In anni in cui razzi enormi arrugginivano in volo, pensammo a uno sgangherato proiettile cavo sparato negli occhi della luna come nei film dei Meliès, in cui potessimo accovacciarci per il viaggio, assieme ai nostri migliori amici. Ma poi venne il tempo di un leggero disincanto, e, anche sognando a occhi aperti, non potevamo far altro che immaginarci tute e scafandri e missili scagliati a violentare qualche nuovo cielo. E poi, al ritorno, schivare incredibili uragani e tempeste, per posarci placidamente in un mare che ci accogliesse come un telo.
Eravamo certo molto giovani e molto felici e pensavamo, con rabbia, di non dover invecchiare mai.
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14 settembre 2010
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