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La terza stagione
Lo si era un po’ intuito dalla pubblicazione dell’album di cover “Everybody’s Gotta Learn Sometime“, lo scorso gennaio, che Beck era tornato malinconico. Un album sì a “tema S. Valentino”, ma con quella dolcezza amara dello stile del duo “Sea Change” (2002)/“Morning Phase” (2014). Beck è così, ha più facce e la sua indole si manifesta principalmente in quella eccitazione spasmodica e in quel groove indomito che lo hanno reso famoso, ma – a questo punto – anche questo suo lato meditabondo è più di un divertissement estemporaneo. È una sua cifra stilistica che lo definisce esattamente. E a dir la verità, se posso permettermi, è anche la mia preferita. E così quella duology “Sea Change-Morning Phase” è diventata una trilogia, così come quella dark dei Cure o quella di Berlino di Bowie.
Per essere coerente con quel suono Beck ha richiamato la maggior parte delle persone che lo hanno aiutato in quelle due esperienze, i chitarristi Smokey Hormel e Jason Falkner, il batterista Joey Waronker, il bassista Justin Meldal-Johnsen e il tastierista Roger Joseph Manning Jr, ma soprattutto quel Nigel Godrich (al missaggio) così importante per ricreare queste atmosfere che fluttuano a mezz’aria come foglie spazzate dal vento.
Cartoline dalla seconda metà della vita
Il risultato è un album in punta di piedi, frugale ma con dei suoni talmente pazzeschi che potrebbe essere utilizzato per provare la resa di un hi-fi, un disco che amplia quel mondo già visitato con un ulteriore, importante tassello. Non banale perché i testi vanno a scandagliare aspetti più maturi, non solo la perdita dell’amore ma le questioni più fondanti che sovvengono a tutti gli uomini quando ci si avvia nella seconda parte della propria vita. In primis, la morte. Che non è solo evocata in lontananza, è proprio presente e citata esplicitamente:
Your teachers and your saints
They walk you to the grave
(da “In The Night”)
Per questo non si può bollare “Ride Lonesome” come un capitolo non necessario di questo Beck-intimista (un po’ come ha fatto Pitchfork), ma bisogna collocarlo all’interno di una inevitabile crescita personale che, però, non ha risposte. C’è molta solitudine nella title-track, forse la canzone che più si avvicina alle robe similari del passato, ma più che altro c’è la difficoltà dell’accettazione della perdita.
I want to turn back the world
And bring you back to me
(da “Failed Words”)
Beck è talmente svuotato che sanguina “a secco” (“Tonight I’m bleeding dry / Waiting for the poison to bring me back to life”, da “Bleed”), e non lascia che qualcuno/a possa riaprire una fase positiva della propria vita (“No one can and no one will take possession”, in “It Ends Right Now”).
Nudi davanti all’ultimo orizzonte
Nudo alla meta, Beck si mostra debole, scevro di speranze, affranto e afflitto. Ogni tanto le melodie cercano di mascherare questo sfinimento, virando in giri più aperti (come in “Falling Through My Hands” o “Failed Words”), ma l’ascolto di “Ride Lonesome” è sempre pregno, denso.
Detto questo, non può essere in ogni caso nascosto che la qualità armonica dei brani è inferiore a quella dei due album similari precedenti: se in “Sea Change” tutto era uno spleen magnifico e in “Morning Phase” le orchestrazioni avevano assunto il sapore della “bellezza delle piccole cose”, in “Ride Lonesome” si passa un po’ di qua e di là, con stessa intensità lirica ma forse più ripetitività e tentazione alla replica formale.
Certo, avercene di album così, di lavori in cui l’artista non ha paura a mostrarsi indifeso. E se quell’artista è uno dei cantautori più importanti degli ultimi trent’anni, beh, possiamo avventurarci con fiducia in questo autunno. Perché Beck ci ha ricordato che la cosa più importante è sempre quella di essere sinceri, con se stessi e con gli altri.
73/100
(Paolo Bardelli)


