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Con Temple Songs, Laura Veirs sembra voler tornare all’essenza della canzone, liberandola da tutto ciò che non è strettamente necessario. Registrato interamente da sola nel piccolo capanno di casa, il “Temple of Bloom”, questo nuovo lavoro nasce dall’essenzialità: due microfoni, un laptop, gli strumenti suonati dalla stessa Veirs e poco altro. Una scelta che potrebbe sembrare un ritorno al lo-fi, ma che in realtà racconta soprattutto una nuova libertà creativa.
A quattro anni da Found Light, album che aveva segnato una profonda trasformazione personale e artistica, Temple Songs appartiene a una Laura Veirs ormai stabilmente dentro una nuova fase della propria vita. Il disco non cerca di ricostruire il passato, ma di fotografare il presente, con tutte le sue imperfezioni. Niente correzioni esasperate, niente ricerca ossessiva della perfezione sonora: persino le piccole sbavature diventano parte integrante del racconto. È una poetica che guarda al wabi-sabi giapponese, alla bellezza delle cose incomplete e transitorie.
Musicalmente, Veirs costruisce un universo raccolto, fatto di fingerpicking, voce asciutta e arrangiamenti essenziali. L’intimità della produzione non significa però povertà sonora: al contrario, lascia spazio alle parole, da sempre uno degli elementi più forti della sua scrittura. In Arc Still Bends lo sguardo si allarga verso le inquietudini di un mondo attraversato da tensioni e conflitti, mentre No Masters assume una dimensione apertamente femminista. In River’s Song, invece, la prospettiva diventa familiare e privata, in una canzone dedicata ai figli che trova proprio nella sua fragilità la sua forza emotiva.
Il risultato è un album pacato, non dimesso, discreto; la cantante non ha bisogno di alzare il volume per affermare ciò che pensa, lasciando che siano melodie e parole a sedimentare lentamente. Anche quando il suono appare quasi casuale, dietro c’è una precisa idea artistica: accettare il momento, lasciarlo respirare e rinunciare al controllo assoluto.
Temple Songs è così un disco della maturità, non tanto perché dimostra ciò che Laura Veirs sa già fare, quanto perché mostra di quanto poco abbia ormai bisogno per farlo. La scelta di essere contemporaneamente autrice, musicista, produttrice e fonica le ha permesso di creare un lavoro “umano”. Un album domestico e universale insieme, che trova nella semplicità una forma nuova di consapevolezza.
75/100

