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Un “supergruppo” per nulla banale
Il quartetto in questione proviene dalla piccola Vernon, Canada occidentale, quella parte del mondo che, fra le tante parti del mondo a noi lontane, suona sempre lontana in modo particolare. D’altronde se citiamo (tra i tantissimi) un Destroyer, la prima Grimes e magari anche le favolose Organ (tutta gente di Vancouver) abbiamo una carrellata di approcci musicali non banali e pure un po’ alieni. Con quel fascino che la lontananza enfatizza, probabilmente, anche a mo’ di suggestione. I Mock Media sono arrivati al terzo album e dopo i primi due omonimi (I e II), si decidono finalmente a usare un titolo vero: “Rat Bastard”, appunto. L’appartenenza a questa band si sovrappone ai quattro gruppi dove singolarmente milita ognuno dei musicisti in questione: Painted Fruits, NOV3L, Pottery e Crack Cloud.
Ironici e disincantati, del resto consiglia Mac DeMarco
I Mock Media in 37 minuti disegnano uno scenario fatto di (post) punk, dub, funk, una simpatica spruzzata di metal classico e una di elettronica da rave. Potrebbe sembrare un guazzabuglio pretestuoso, detta così. Tipo una di quelle robe apparecchiate in cui gente giovane fa le cose che sono piaciute ai vecchi, mentre altri vecchi si lagnano perché i giovani non devono essere compiacenti con i vecchi. Nella realtà, invece, questo è un disco che scivola via molto diritto (e paradossalmente omogeneo), lungi dal tracciare linee ideologiche o voler essere quel che non è. È suonato con una brillante spinta di apparente noncuranza che lo rende davvero degno di un ascolto (e poi diversi altri). Non mancano l’ironia e il sarcasmo, nei testi come nel video che accompagna l’opening track “Mock City Rock”. Questo spirito sgangherato e disincantato, volendo, si allinea anche con il fatto che sono distribuiti nel Nord America dall’etichetta di Mac Demarco. In quanto ai suoni, qui si fa di tutto per restituire qualcosa di grezzo e polveroso, tant’è che qualche traccia potrebbe tranquillamente venir fuori da un nastro di una trentacinquina di anni fa. Verrebbe anche da dire che il riferimento più immediato siano i Clash ma non mancano cose melodiche al confine con certe famigerate band AOR e, nell’insieme c’è pure il piglio dei Rapture più punk.
La title-track è uno dei biglietti da visita migliori perché sa presentare le sfaccettature del disco e del gruppo con estrema linearità, così come tutto lo spirito divertente che caratterizza questo lavoro. Alla decima traccia, l’album si chiude invece in una maniera da lasciare un impatto imprevedibile. “Straight Line” è per la prima metà un pezzo che potrebbe richiamare gli ormai storici Supersystem per come ondeggia su melodie mediterranee e poi, nella seconda parte diventa un mantra da rave ispirato ai nativi americani. È l’inatteso colpo finale, l’ulteriore dettaglio che fa venire voglia di riascoltare il disco per rileggerlo sotto altre lenti ancora.
73/100
(Marco Bachini)

