Share This Article
“POST” è il nuovo album di Kalpa, disponibile da venerdì 13 marzo su tutte le piattaforme di streaming digitale, distribuito da Triggger. Nei movimenti artistici, si aggiunge il prefisso “post-” per indicare un superamento di questi ultimi, mantenendone l’essenza: quando hai dato tutto ciò che potevi dare, devi distruggere tutto e ricostruire. È da questo apparentemente semplice concetto che si sviluppa “POST”, il nuovo album di Kalpa: un disco nato dalla necessità di reinventarsi non solo creativamente ma anche umanamente. Un nuovo album che parla di lavoro, postmodernismo, apocalisse quotidiana, capitalismo, sindrome dell’impostore e, come sempre, di quel senso di schifo generale che attraversa il presente. Ma la vera chiave di lettura è un’altra: la sincerità.
Chitarre taglienti e pattern ritmici violenti si scontrano con archi destrutturati e pianoforti più intimi, muovendosi dentro un caos lucido che cambia pelle traccia dopo traccia: dal post-punk all’indie folk, dall’alternative R&B alle derive elettroniche più radicali. Un equilibrio instabile, come quello raccontato nei testi: “Trovati un posto più bello”, “Fingerò di non avere paura”: canzoni che non cercano risposte facili, ma restano fedeli al dubbio.
La musica di Kalpa è un accattivante mix di melodie alternative lo-fi, paesaggi sonori ambient-elettronici, chitarre anni ’90 e synth profondamente nostalgici, con un orecchio che tende al trip-hop e all’indietronica.
Angelo Mallardo, vero nome di Kalpa, descrive le sue fascinazioni che hanno contribuito al suo percorso musicale e la scrittura di questo “POST”, attraverso 7 ispirazioni.
1. “Realismo Capitalista” di Mark Fisher
Un grandissimo punto di partenza per sviluppare una coscienza di classe. Attualissimo ancora adesso, quando l’ho letto per la prima volta mi ha aperto un mondo. È una scelta scontata, ma credo ci sia ancora troppa gente che non l’ha letto
2. I pedali per chitarra
Negli ultimi anni sono caduto anche io nel vortice degli effetti per chitarra, ed è stato molto importante per riportarmi a toccare con mano la mia musica, anziché stare per forza dietro a un computer a girare manopole virtuali col mouse.
3. Trieste e il suo immobilismo
La mia città è bella, molto bella, troppo bella. È un posto che ti da tanto ma a cui non si può restituire nulla, ennesima vittima dell’immobilismo culturale e della turistificazione di massa di questo paese. Vederla sempre più inerme è drammatico, ma almeno ti fa scrivere delle belle canzoni.
4. “Sleep Well Beast” dei The National
È stato un disco seminale per me a livello di sound, difficilmente ho trovato album che riuscissero a coniugare così bene organico e sintetico. In particolar modo i pattern di batteria hanno ispirato moltissimo brani come “PRIMA VERA” o “NON MUORI MAI”.
5. Michel Gondry Il king del DIY
Nel realizzare tutti i contenuti visivi del disco, io e Sebastiano Durì (regista e fotografo del progetto) ci siamo ispirati moltissimo a Gondry, che incarna un po’ l’essenza dell’artista indipendente: fare il massimo coi pochi soldi che si hanno.
6. “WOW” dei Verdena
A mio avviso il miglior disco italiano degli ultimi 25 anni. Senza paura, estremamente coraggioso e innovativo, trasuda totalmente lo spirito che volevo per “POST”.
7. “Oslo, 31. August” di Joachim Trier
Non voglio dire troppo di questo film, perchè credo vada vissuto senza sapere cosa aspettarsi. Devastante, fa provare sentimenti che non sapevi di avere.

